Storie di calcio e di paese

1973-74: l’inverno dell’Austerity

Quella domenica mattina di metà febbraio Trino sembra più silenziosa del solito; una nebbia bassa avvolge le case. Per le strade non passa una macchina, non si sente un motore accendersi dentro un cortile, nessuno suona il clacson per chiamare l’amico. Le automobili devono restare ferme e il paese, abituato da decenni a svegliarsi lentamente insieme ai rumori del giorno di festa, sembra essersi ritrovato all’improvviso in un tempo diverso. Nel silenzio arrivano invece nitide le campane, più forti proprio perché intorno non c’è quasi niente che possa coprirle; i rintocchi attraversano le vie, si allargano sopra i tetti e si perdono nella pianura. Ogni tanto passa una bicicletta, si sente il fruscio delle ruote sull’asfalto umido, un campanello, qualche voce uscire dai bar. Poi di nuovo le campane.

Alla stazione Giovanni Cerati, l’allenatore dell’A.C. Trino, è già arrivato. Aspetta vicino all’ingresso, guarda l’orologio e ogni tanto sposta lo sguardo verso la piazza. I giocatori cominciano a comparire alla spicciolata: qualcuno a piedi con il borsone in mano, qualcuno pedalando con la sacca sistemata sul portapacchi, qualcuno arriva da una via laterale ancora con il bavero del cappotto alzato. Si salutano, si contano quasi senza farlo apposta, come succede alle squadre prima di una trasferta. In qualsiasi altra stagione sarebbero saliti sulle automobili o sul mezzo della società e sarebbero partiti tutti insieme; quella domenica, 17 febbraio 1974, per andare a giocare a Moncalieri bisogna invece prendere il treno.

Dentro la stazione il capostazione li conosce quasi tutti: Piero Borsetti, il portiere, Giuseppe Celoria, e poi Paolo Tricerri, Alberto Arnaudi… Una squadra di calcio con le borse sulle spalle, in una domenica senza automobili, non passa certo inosservata. Volano due parole in dialetto, una battuta sulla partita: «Vensuma ‘ncho, ‘m racumand». Giovanni controlla ancora una volta che ci siano tutti mentre allo sportello si fanno i biglietti. Torino, andata e ritorno. Per Moncalieri ci si penserà dopo.

Sul tabellone degli orari c’è il Diretto 2204. Una “littorina” che arriva da Casale Monferrato alle undici in punto e porta a Torino Porta Susa in cinquantotto minuti: Crescentino alle 11.15, Chivasso alle 11.32, Torino alle 11.58. Numeri stampati dentro una colonna dell’orario ferroviario, pensati per viaggiatori, studenti e lavoratori, che quella mattina diventano invece parte dell’organizzazione di una partita di Prima Categoria.

Poco prima delle undici il 2204 entra in stazione e per qualche istante rompe il silenzio della domenica. È uno di quei convogli delle linee secondarie che appartengono ormai al paesaggio, conosciuti da chi va a scuola, da chi lavora a Torino, da chi prende il treno sempre alla stessa ora e finisce per riconoscere anche molti dei volti abituali. I giocatori salgono, sistemano le borse come possono e cercano di stare vicini; Giovanni Cerati entra per ultimo, dopo essersi assicurato che nessuno sia rimasto sul marciapiede. Poi il treno riparte e Trino comincia ad allontanarsi dietro i vetri.

Dentro si fuma. Nel 1974 nessuno ci trova qualcosa di particolare e presto all’odore dei cappotti e dei sedili si mescola quello delle sigarette. Le battute cominciano quasi subito, qualcuno apre il giornale, qualcuno parla della formazione, qualcuno prende in giro un compagno. Fuori scorrono la pianura invernale, le risaie spoglie, le cascine, gli alberi senza foglie; dentro c’è una squadra che sta facendo una cosa assolutamente normale, andare a giocare una partita, con un mezzo che da tempo non era più quello abituale delle trasferte.

A Crescentino salgono altri viaggiatori. Due ragazze entrano nella carrozza e prima ancora di trovare posto si accorgono di loro: le borse ammassate, le tute, quel gruppo troppo numeroso per essere una normale compagnia domenicale. Restano per un momento vicino alla porta.

«Siete una squadra?»

Qualcuno risponde quasi con naturalezza. «Il Trino.»

Le ragazze si siedono poco più in là e ogni tanto tornano a guardare verso di loro, incuriosite dalle battute e dal modo in cui tutti sembrano sapere esattamente dove devono andare. Il treno riparte e per qualche chilometro quella domenica dell’austerity è tutta lì: una squadra di calcio, due ragazze incontrate per caso, il fumo che sale verso il soffitto e la pianura che scorre dietro il vetro.

Alle 11.32 il Diretto 2204 arriva a Chivasso. Poi la campagna comincia lentamente a cedere il posto alla periferia, Torino si avvicina e alle 11.58 il convoglio entra a Porta Susa.

Qualche ora più tardi ci sarà una partita.

Ma questa storia non comincia dal risultato.

Comincia da una domenica mattina senza automobili, dal suono delle campane sopra Trino e da una squadra che, per andare a giocare a calcio, deve presentarsi alla stazione prima delle undici.

È il 17 febbraio 1974 e l’Italia vive da più di due mesi dentro l’austerity.

Per capire come una squadra di Prima Categoria sia finita su quel treno bisogna tornare indietro di quasi tre mesi, a un novembre in cui l’Italia scoprì improvvisamente che anche la domenica poteva essere regolata da un decreto.

La crisi petrolifera aveva fatto entrare nel linguaggio quotidiano parole che fino a poco prima sembravano appartenere soltanto alla politica internazionale: petrolio, approvvigionamenti, risparmio energetico. Poi quelle parole arrivarono nelle case, nei bar, nei distributori e infine sulle strade. Il Governo decise che nei giorni festivi le automobili private avrebbero dovuto restare ferme e, quasi da un giorno all’altro, una consuetudine diventata naturale nel corso del dopoguerra — prendere la macchina e andare dove si voleva — smise di esserlo.

Il calcio dilettantistico dovette adeguarsi in fretta. Il 24 novembre il Comitato Federale diffuse un comunicato che, dietro il linguaggio asciutto della burocrazia sportiva, cambiava l’organizzazione delle settimane di centinaia di società piemontesi: le partite previste per domenica 2 dicembre venivano anticipate al sabato, mentre quelle dell’8 dicembre, che quell’anno cadeva anch’esso in un giorno festivo, sarebbero state rinviate. Ma in fondo al documento compariva una possibilità che oggi sembra quasi scritta apposta per questa storia: le società con il campo in Comuni serviti dalla ferrovia o dai mezzi pubblici potevano, previo accordo, continuare a giocare la domenica.

Era una deroga, niente di più. Eppure dentro quella riga c’era un intero modo di intendere il calcio di provincia: se le automobili non potevano muoversi, si sarebbe trovato un altro modo. Il pallone, prima di arrivare al campo, sarebbe passato dalla stazione.

Per qualche settimana il sabato prese così il posto della domenica. Il 1° dicembre il Trino andò a Nizza Monferrato, il 15 a Pontestura, il 22 tornò a giocare in casa contro il San Carlo. Cambiava il giorno, cambiavano gli orari, cambiavano le abitudini di chi lavorava il sabato e di chi, da sempre, aveva costruito la propria domenica attorno al pranzo e alla partita. Il calcio continuava, ma sembrava essersi spostato leggermente di lato, come se anche lui stesse cercando un posto dentro quella nuova Italia.

Poi arrivò l’inverno, e alle difficoltà imposte dall’austerity se ne aggiunsero altre che nessun decreto avrebbe potuto governare. Tra gennaio e i primi giorni di marzo il calendario del girone D perse ogni regolarità: il Trino giocò il 5 gennaio, poi dovette aspettare fino al 27; tornò in campo il 10 febbraio, quindi il 17, e dopo Moncalieri trascorsero altre due settimane prima della gara del 3 marzo. Le date, messe una accanto all’altra, dicono quasi tutto da sole.

Freddo, neve, terreni difficili, rinvii e recuperi si accumulavano. Sulle pagine sportive anche il linguaggio cambiava: l’11 febbraio La Stampa titolava semplicemente «Tornei dilettanti ancora recuperi», come se ormai quel campionato non procedesse più per giornate ma per occasioni, ogni domenica subordinata al tempo, ai campi e alla possibilità stessa di raggiungerli.

Era un inverno nel quale tutto sembrava rallentare. Le automobili ferme nei giorni festivi restituivano alle strade un silenzio che gli italiani avevano quasi dimenticato, mentre nei paesi tornavano protagonisti la bicicletta, il treno, i piedi. Anche i giornali davano la misura di quella stagione: accanto alla politica e alle notizie internazionali comparivano quotidianamente benzina, consumi, rincari, riserve, accuse ai distributori. Alla vigilia di Moncalieri, il 16 febbraio, nella stessa pagina in cui si parlava delle difficoltà degli approvvigionamenti compariva la denuncia sulla benzina super venduta mescolata con la normale; poco più sotto, le previsioni annunciavano cielo molto nuvoloso, precipitazioni e una temperatura di otto gradi a Torino nelle ore centrali.

Eppure l’Italia non si era fermata. Aveva semplicemente imparato a muoversi diversamente.

Lo si capisce forse meglio da una pagina di giornale di fine febbraio che da molte analisi successive. Il Carnevale piemontese si svolge ugualmente e La Stampa sceglie un titolo quasi perfetto: «Senza le auto, ma con allegria». Le macchine restano ferme, ma le piazze si riempiono lo stesso; i carri sfilano, la gente esce di casa, i paesi non rinunciano ai propri riti.

Il calcio appartiene allo stesso mondo. Non è indispensabile, naturalmente, ma proprio per questo dice molto di chi continua a praticarlo. Si può rinunciare all’automobile, si può spostare una partita al sabato, si può aspettare che la neve lasci libero un campo, ma quando arriva il momento di giocare si cerca comunque una strada.

Ed è così che si torna a domenica 17 febbraio, a quel viaggio fino a Moncalieri, a quella partita. Il risultato sarà 2-2, una riga fra tante nelle colonne dedicate ai dilettanti del lunedì. Ma il risultato, ormai, conta relativamente. Conta di più pensare al ritorno.

La gara finisce quando la luce del pomeriggio ha già cominciato ad accorciarsi. Si riprendono le borse, si lascia il campo e si torna verso la ferrovia. Non sappiamo quale convoglio abbia riportato a casa Giovanni Cerati e i suoi giocatori, né a che ora siano scesi sul marciapiede della stazione di Trino; sappiamo però quale paese devono avere ritrovato: ancora senza traffico, con le automobili ferme fino alla fine della giornata festiva, le vie illuminate e quel silenzio che al mattino aveva lasciato spazio soltanto alle campane.

Forse qualcuno avrà ripensato al gol segnato, a quello subito, a un’occasione mancata. Qualcun altro avrà avuto soltanto voglia di cenare e andare a dormire. Per loro non era ancora una pagina di storia: era semplicemente una domenica di campionato.

Pochi giorni dopo, il 21 febbraio, un nuovo comunicato federale annunciò che dal 10 marzo le gare sarebbero tornate stabilmente alla domenica. Tre righe amministrative chiudevano così quella parentesi nella quale anche il calendario del calcio aveva dovuto piegarsi alla crisi energetica. L’austerity non era ancora scomparsa dalla vita degli italiani, ma lentamente le abitudini cominciavano a cambiare di nuovo.

Di quel campionato restano fotografie, nomi, classifiche, risultati. Restano Giovanni Cerati, Piero Borsetti, Giuseppe Celoria, Paolo Tricerri, Alberto Arnaudi e gli altri uomini di quella squadra. Ma a distanza di più di mezzo secolo rimane soprattutto l’immagine di una domenica diversa dalle altre: un paese immerso nella nebbia, le campane che si sentono più del solito, qualche bicicletta per strada e una squadra che si ritrova alla stazione perché per andare a giocare non c’è altro da fare che aspettare il treno delle undici.

Il calcio di paese, in fondo, è stato spesso anche questo: trovare il modo di esserci.

Quell’inverno, per qualche domenica, la strada verso il campo correva su due binari.

Ivo Comazzi


Photo Credits: Giuseppe Vanni, “Notizie di calcio trinese (1898-1999)”.

Storia di un pallone

Ci sono palloni che finiscono in rete, palloni che colpiscono un palo e palloni che vengono ricordati per anni perché qualcuno, una domenica pomeriggio, li ha calciati nel momento giusto. Poi ci sono quelli che vanno fuori. Al Roberto Picco succede più spesso di quanto si pensi: un rinvio sbagliato, un tiro preso male, una deviazione e, per qualche secondo, il pallone appartiene ancora alla partita anche se ha già superato la recinzione. Qualcuno lo segue con gli occhi, un raccattapalle corre verso il cancello, dalla panchina gridano di prenderne un altro. Poi l’arbitro fischia, il gioco riprende e quel pallone, quasi senza che nessuno se ne accorga, smette di essere importante.

Quello uscì dal campo una domenica di settembre. Prese molta più altezza di quanto il giocatore avrebbe voluto, oltrepassò la rete e sparì dalla parte in cui lo stadio finisce e cominciano le case, la strada e la ferrovia. Rimbalzò sull’asfalto, urtò un cordolo e continuò a rotolare fino all’erba alta ai margini di un piccolo terreno. Lì si fermò. Poco dopo passò un treno, facendo tremare per qualche istante i binari e le foglie più vicine. Ne passò un altro quando il sole era già più basso. Intanto, al Picco, la partita finì, le voci si dispersero, qualcuno chiuse un cancello e le automobili lasciarono una dopo l’altra le strade intorno allo stadio. Verso sera Trino tornò quella di tutte le altre sere, con le finestre illuminate, qualche bicicletta ancora in giro e il pallone nascosto nell’erba, dimenticato da tutti.

La notte piovve. Il lunedì mattina il sole tornò e asciugò lentamente l’asfalto, ma nessuno venne a cercarlo. Forse allo stadio qualcuno si era accorto che ne mancava uno, forse no. Ce n’erano altri nel sacco, altri nell’armadio, altri già pronti per l’allenamento successivo. Rimase lì anche il martedì e parte del mercoledì, raccogliendo polvere da un lato e umidità dall’altro, finché un bambino che tornava a casa lo vide tra l’erba. Aveva nove anni. Da lontano gli era sembrato un sacchetto bianco, ma quando si avvicinò capì subito. Lo tirò fuori con la punta della scarpa, lo pulì come poté con la manica e si guardò intorno. La strada era vuota. In lontananza si sentiva il passaggio a livello. Lo prese sotto il braccio e andò a casa.

Non era un bambino che giocava a calcio. Conosceva il Trino, naturalmente, e qualche volta suo padre lo aveva portato al Picco, ma aveva seguito quelle partite come fanno molti bambini: per dieci minuti guardando il campo, poi cercando qualcosa da bere, poi osservando la gente sugli spalti e tornando improvvisamente interessato quando tutti gridavano insieme. Uno dei giocatori, però, lo riconosceva sempre. Suo padre glielo aveva indicato una domenica: «Quello è il capitano». Da allora il bambino aveva cominciato a cercarlo in campo, come se essere capitano fosse una qualità che si potesse riconoscere anche senza fascia. Il pallone trovato vicino allo stadio, invece, lo nascose in fondo al cortile di casa, dietro due cassette di legno e una vecchia bicicletta appoggiata da anni contro il muro.

Il pomeriggio seguente lo prese e provò a palleggiare. Il primo tentativo finì dopo un tocco, il secondo anche. Al terzo il pallone gli batté contro il ginocchio e andò a urtare un vaso. Decise che quella faccenda dei palleggi poteva aspettare. Di fronte aveva un muro vecchio, con l’intonaco consumato in alcuni punti, e il muro aveva almeno un pregio: qualunque cosa gli mandassi, prima o poi te la restituiva.

Tum.

Il pallone tornò storto e lui dovette rincorrerlo.

Tum.

Questa volta riuscì quasi a fermarlo.

Tum.

Cominciò così. All’inizio calciava troppo forte o troppo piano, quasi sempre di punta; poi, giorno dopo giorno, senza sapere esattamente quando avesse imparato, cominciò a fermarlo meglio, ad accompagnarlo con l’interno del piede, a capire quanto forte bisognava colpirlo perché ritornasse più o meno nello stesso punto. Non sapeva se sarebbe mai diventato bravo. Sapeva solo che gli piaceva quella mezz’ora.

Divenne un’abitudine. Tornava da scuola, lasciava lo zaino in casa, mangiava qualcosa e scendeva in cortile prima dei compiti. Ogni pomeriggio il muro restituiva lo stesso rumore sordo: il colpo del piede, il pallone sull’intonaco, il rimbalzo sul cemento. Sua madre lo scoprì proprio per quel rumore. Un giorno aprì la finestra della cucina e rimase qualche secondo ad ascoltare. Quando si affacciò, il bambino stava cercando di fermare un pallone che gli era passato sotto la suola.
«Da dove arriva quello?», gli chiese.
Lui si fermò. Per un attimo pensò di inventare un compagno che glielo aveva prestato, ma capì dallo sguardo di sua madre che sarebbe stata una storia troppo lunga. Disse che lo aveva trovato vicino al campo.
«Quando?»
«Qualche giorno fa.» La madre scese in cortile, osservò il pallone e poi guardò lui.
«Probabilmente è del Trino. Dobbiamo riportarlo.»
Il bambino se lo strinse contro: «Ma loro ne hanno tanti.»
Lei annuì: «Può darsi. Questo però è il loro.»

Pianse un po’, senza fare rumore. Era il genere di pianto che arriva quando un bambino sa che un adulto ha ragione e questo rende le cose ancora peggiori. Disse che ormai ci giocava, che l’aveva trovato lui, che forse nessuno lo stava cercando. Sua madre ascoltò tutto. Poi gli promise che sarebbero andati insieme. Il giorno dopo, nel tardo pomeriggio, attraversarono le strade che portavano al Picco con il pallone dentro una borsa. La prima squadra aveva appena terminato l’allenamento. Sul campo qualcuno raccoglieva ancora i coni, dagli spogliatoi uscivano giocatori con le scarpe in mano e le borse sulle spalle, e nell’aria c’era quell’odore d’erba e terra umida che rimane attorno agli stadi quando la giornata sta finendo. Il bambino camminava vicino alla madre con una certa tristezza, come se stesse accompagnando da qualche parte un animale che aveva tenuto con sé per pochi giorni.

Fu lui a vedere il capitano per primo. Lo riconobbe molto prima che arrivasse vicino a loro e, istintivamente, rallentò. Sua madre invece continuò a camminare: per lei era soltanto uno dei giocatori che uscivano dal campo. Quando spiegò perché erano lì, il capitano guardò il pallone e poi il bambino.
«Ci hai giocato?»
Il bambino abbassò gli occhi e rispose che sì, un po’.
«Giochi in qualche squadra?» Scosse la testa. Il capitano prese il pallone, lo lasciò cadere a terra e glielo fece rotolare piano. Il bambino cercò di controllarlo, ma il pallone gli scappò mezzo metro più avanti. Gli corse dietro, lo recuperò e glielo restituì. Il capitano glielo mandò ancora. Questa volta riuscì a fermarlo con l’interno del destro. Non fu un controllo perfetto, né uno di quelli che fanno voltare la gente a bordo campo. Era soltanto migliore del primo. Il capitano sorrise.
«Ti piace giocare?» Il bambino guardò il campo dietro di lui.
«Sì.»
«Allora vieni a provare.»

Qualche giorno dopo tornò al Picco con un paio di scarpe che non erano proprio quelle giuste e una maglietta un po’ troppo larga. All’inizio gli sembrò che tutti gli altri sapessero esattamente dove andare mentre lui fosse sempre mezzo secondo in ritardo. Perse palloni, sbagliò un passaggio facile, durante una partitella corse una volta dalla parte sbagliata e scoprì che fermare un pallone passato da un altro bambino era molto più difficile che fermarne uno restituito da un muro. Nessuno però sembrò farci troppo caso. Quando l’allenamento finì aveva le ginocchia sporche, i capelli bagnati di sudore e nessuna voglia di tornare a casa. L’istruttore gli chiese se si fosse divertito. Lui annuì.
«Allora torna giovedì.» gli disse.
Tornò giovedì. Poi il martedì successivo. E poi ancora.

Passarono le settimane, arrivò l’autunno e infine quel freddo che al Picco entra dalle maniche della felpa e fa tenere le mani nascoste fino al momento di cominciare. Il bambino non diventò il più bravo della squadra. Con il sinistro continuava ad avere parecchi problemi e ogni tanto il pallone gli passava ancora sotto il piede, proprio come nel cortile. Ma adesso aveva dei compagni, una maglia biancoblu e un posto dove andare due pomeriggi alla settimana. Un giorno, durante una partitella, uno dei ragazzi calciò troppo forte. Il pallone salì sopra le teste, superò la recinzione e scomparve dall’altra parte. L’allenatore disse di prenderne un altro e il gioco riprese quasi subito. Soltanto il bambino rimase fermo per un istante a guardare il punto in cui era sparito.

Poi sorrise e corse dietro agli altri.

Perché ormai sapeva una cosa che nessuno gli aveva insegnato: certe volte un pallone esce semplicemente dal campo. Altre volte, invece, bisogna lasciarlo andare. Potrebbe avere ancora qualcuno da trovare.

Ivo Comazzi

Post scriptum.
A volte, per cominciare, basta un pallone. Per tutto il mese di settembre l’Academy dell’LB Trino apre le porte a bambini e ragazzi con quattro allenamenti di prova gratuiti: un’occasione per conoscere il campo, gli istruttori e scoprire se il calcio può diventare anche la loro storia.

Il profumo dell’erba

L’erba del “Picco” porta ancora i segni dell’estate. Il sole di metà agosto scalda i gradoni vuoti, mentre le righe bianche, tracciate da poche ore, disegnano i confini di un rettangolo che per settimane ha custodito solo silenzio. Oggi quel silenzio si spezza, con il pallone, i colori biancoblu e la prima amichevole della stagione 2026-27.

C’è un profumo particolare nei pomeriggi che aprono l’annata sportiva. È l’odore dell’erba tagliata di fresco, misto alla polvere sollevata dai primi scarpini che toccano il campo. È il suono metallico della porta che riceve i primi palloni della stagione, il fischio dell’arbitro che rompe l’attesa, le voci dello staff tecnico che rimbalzano da una fascia all’altra dello stadio.

Per Cristian Spinoglio e i suoi giocatori, la sfida odierna contro la Fulgor Chiavazzese rappresenta molto più di un semplice test estivo. È la prima occasione per vedere insieme, sullo stesso terreno, i volti confermati e quelli appena arrivati: il capitano João Gabriel Brugnera al fianco dei nuovi compagni, i ritorni di Alessandro Canino e Luca Vergnasco, pronti a calpestare un manto che già conoscono, e i giovani del vivaio, alla scoperta per la prima volta dell’emozione della prima squadra.

Il “Picco” custodisce da oltre un secolo la storia sportiva di questa città, e ogni nuova stagione aggiunge una pagina a quella memoria collettiva. Le tribune, oggi popolate da pochi appassionati e da qualche famiglia arrivata in anticipo, si preparano a tornare gremite nelle domeniche che contano davvero. Ma è proprio in giornate come questa, lontane dai riflettori del campionato, che si costruisce l’identità di una squadra: nei primi scatti sotto il sole d’agosto, nei duelli aerei che ridefiniscono le gerarchie del gruppo, negli sguardi tra compagni che imparano a conoscersi.

Trino respira ancora una volta di calcio. E il prato del “Picco”, verde e pronto, aspetta solo il fischio d’inizio per aprire la propria stagione.

Ivo Comazzi

Stefano Primizio, il capitano del 2000

Stefano Primizio è una figura carismatica del calcio trinese. Dopo aver vestito, tra le altre, le maglie di Alessandria, Crotone, Massese, Monopoli e SPAL, è stato capitano della formazione biancoblu allenata da Fabrizio Viassi tra il 1999 e il 2001. In quelle due stagioni ha raccolto 56 presenze e segnato una rete, contribuendo alla memorabile cavalcata dalla Promozione alla Serie D.

Ripubblichiamo qui l’intervista apparsa nello splendido volume Il Monferrato dei Dilettanti, curato da Gianni Baldin ed edito dal giornale Il Monferrato nel 2023.

Stefano Primizio è uno dei ragazzi cresciuti nel settore giovanile che vantano una brillante carriera professionistica, tra serie C1 e C2. L’esordio in C1 nel 1982 a soli diciassette anni con la maglia dell’Alessandria, poi Massese, Monopoli, Spal, Mantova, prima di fare ritorno a Trino in Eccellenza e serie D, passando anche da Casale e Asti.

Avresti pensato di fare un cammino professionistico così alto?
No. Quando ho iniziato a giocare da piccolo non ci pensavo, poi con il passare degli anni è diventata la mia priorità, anche se non è sempre facile fare strada nel mondo del calcio, ci vuole certamente un po’ di fortuna e servono tanti sacrifici, ma alla fine sono riuscito a fare quello che mi piaceva e sono contento.

Dopo tanto professionismo, che significato ha avuto il tuo ritorno a Trino?
Qui ci sono le mie radici. Ho trascorso tutta l’infanzia a giocare all’oratorio salesiano, un ambiente che mi ha insegnato tanto, quello che forse manca ai ragazzi di oggi che parlano solo con il cellulare. L’oratorio era un posto che creava condivisione e aggregazione, un posto sicuro per i genitori, bastava un po’ di pane e Nutella con l’aggiunta di un pallone per essere felici. Tornare a Trino è stato come tornare a casa.

Parlando di vivaio, può esserci ancora spazio per un Dolcetti, La Loggia, oppure Primizio di una volta?
Le possibilità ci sono, ma è tutto molto più difficile. Oggi ci sono già i procuratori che seguono i ragazzi fin da piccoli, io l’ho avuto solo quando ero già un professionista. E molte volte non va avanti il ragazzo che davvero merita, ma quello che magari ha le conoscenze o le amicizie giuste da parte dei genitori. Ai miei tempi papà e mamma saranno venuti a vedermi solo un paio di volte. Poi ci sono le quote da pagare per svolgere l’attività nel settore giovanile e questo limita la possibilità a chi invece non può permetterselo. Io non ho mai pagato per giocare. Anche questo è un segno dei tempi. I giovani di oggi non hanno più la fame di arrivare; per me ed Aldo, che aveva grandi qualità tecniche fin da bambino, la differenza era rappresentata proprio dalla voglia di arrivare a certi livelli, nonostante i tanti ostacoli che uno si trovava davanti. Nella mia carriera ho conosciuto tanti giocatori molto più bravi di me, ma che si sono persi proprio perché non volevano fare sacrifici. Adesso cerco di mettere a disposizione le mie conoscenze e la mia esperienza maturata, sia per quel che riguarda l’aspetto tecnico, ma soprattutto cercando di trasmettere quello spirito e quella passione che un po’ si sono perse, ma che rappresentano un aspetto fondamentale in questo mondo.

Il Monfferato dei Dilettanti, ed. Gianni Baldin, Editrice Monferrato, Casale Monf. 2023.

Photo Credits: Giuseppe Vanni, “L’A.S. Trino Calcio nel 2000”.

Domenico Mussino 100

10 maggio 1926 — 10 maggio 2026. Cent’anni dalla nascita.

Cent’anni fa, a Trino.
Ci sono vite che non fanno rumore. Che non finiscono sui giornali, che non diventano aneddoti da bar. Eppure, se le guardi bene, dentro ci trovi tutto. Ci trovi un paese che cerca di rimettersi in piedi. Ci trovi un ragazzo che corre su un campo con le colline dietro la porta. Ci trovi il calcio, quello vero, quello che non ha ancora imparato a essere uno spettacolo.
Domenico Mussino nasce esattamente cento anni fa, il 10 maggio 1926, a Trino. Trino, un nome che sa di riso e di nebbia, di campanili, di rogge e canali.
Il mondo ha ancora quattordici anni davanti a sé prima che tutto precipiti. E un bambino nato in primavera, nella pianura padana, non sa niente di tutto questo. Sa solo che fuori c’è il sole, e che da qualche parte c’è un campo da correre.
Quando nel 1945 indossa per la prima volta la maglia della Pro Vercelli, ha diciannove anni e l’Italia ha finito di bruciare da soli quattro mesi. Non c’è gloria, in quel primo anno, tre presenze, un gol. Ma chi conta i gol in un paese che sta ancora contando i morti?
Eppure lui ci riprova. E l’anno dopo ancora. Quattro stagioni a Vercelli: 3 presenze nel ‘46, 17 nel ‘47, 25 nel ‘48, 34 nel ‘49. Non è una statistica. È una traiettoria. La storia di qualcuno che ha deciso che avanzare, comunque, è già abbastanza.

Il compagno di strada. Roberto Serone.
Per capire Domenico Mussino bisogna capire che certi destini non si scrivono da soli. Si scrivono in coppia. Con qualcuno accanto che viene dallo stesso posto e porta addosso la stessa terra.
Si chiama Roberto Serone. È nato a Trino il 30 giugno 1925, un anno e venti giorni prima di Domenico. Stesso paese, stessa aria piatta e umida. Crescono insieme, nel senso più concreto della parola: stesso vivaio della Trinese, stessi compagni, stessa panchina di legno nello spogliatoio.
E poi, quando la guerra finisce e il calcio riprende, si ritrovano entrambi alla Pro Vercelli, non uno dopo l’altro, ma insieme. Nella stagione 1946-47 giocano fianco a fianco nelle file bianche della Pro. E di nuovo nel 1948-49. Due anni a condividere il campo, gli allenamenti, forse la stessa trattoria dopo le partite in casa. Serone è un attaccante che non passa inosservato: nella Trinese del ‘45 aveva già segnato 28 gol nel campionato regionale. Mussino è più discreto, più di costruzione. Ma si capiscono, come si capiscono quelli che hanno imparato il calcio sullo stesso prato.
Poi le strade si dividono. Serone brucia più in alto, più in fretta: arriva al Torino, poi addirittura al Nizza in Division 1 francese. Mussino sale più lentamente, verso Lodi e poi verso la Serie A.
Ma i destini continuano a girare intorno agli stessi punti. Serone è al Cagliari nella stagione 1951-52, contribuisce alla promozione in Serie B dei sardi, e poi sale in Serie A col Torino. Mussino arriva al Cagliari nella stagione 1953-54, quando Serone è già altrove. Si sfiorano. Si mancano. Come certi treni che passano sullo stesso binario in direzioni opposte.

Lodi, il Fanfulla e la stagione che cambia tutto.
Il Fanfulla di Lodi. Un nome che sembra un personaggio del Manzoni, e forse non è un caso, qui in pianura padana. Mussino ci arriva nel 1949, a ventitré anni. Il primo anno è lento. Quattordici presenze, un gol. Il tempo di capire dove si trova.
E poi, il 1950-51. Trentadue partite, dieci gol. In Serie B. Con la maglia di una squadra di provincia, in un’Italia che ancora non ha la televisione, che ancora compra il giornale sportivo il lunedì mattina e lo legge lentamente, come se le parole potessero consumarsi. Il calcio funziona così: hai bisogno che qualcun altro te lo dica. Hai bisogno che il mondo ti veda.
E il mondo lo vede. O meglio, lo vede Paolo Mazza, presidente della SPAL di Ferrara, uomo che la stampa sportiva dell’epoca chiama affettuosamente il Mago di Campagna. Mazza ha un talento raro: scopre i giocatori prima che diventino qualcuno. Compra sconosciuti, li valorizza, li rivende. Un sistema quasi industriale, in un’epoca in cui il calciomercato non ha ancora sede fissa né regole scritte. Quando vede Mussino giocare, in campo contro la sua SPAL, capisce che è il tipo di uomo di cui ha bisogno. E lo compra.

Ferrara. il Mago, il Professore e quel gol alla Juventus.
Ferrara, 1951. La città degli estensi, delle biciclette, di un castello che sembra fatto per guardare le partite di calcio dall’alto. La SPAL è appena salita in Serie A per la prima volta nella storia del campionato a girone unico. E ad aspettare Mussino c’è un allenatore che porta con sé una storia più grande di lui.
Si chiama Antonio Janni. Nato a Santena nel 1904. Centromediano leggendario del Torino, 330 presenze, due scudetti, una Coppa Italia, ventitré presenze in Nazionale con il bronzo olimpico di Amsterdam 1928, è stato una delle colonne della sua generazione. Quando smette di giocare, comincia ad allenare. E dimostra subito di avere lo stesso fiuto per il talento che aveva in campo.
Al Varese, nel 1938-39, fa crescere un diciassettenne di belle speranze e lo segnala immediatamente al presidente del Torino Ferruccio Novo. Quel ragazzo si chiama Franco Ossola. Diventerà il primo acquisto del Grande Torino, quello che volerà su Superga dieci anni dopo, portandosi via un intero paese. Janni sapeva vedere chi sarebbe diventato qualcuno.
E Janni, non è un caso, aveva già incrociato Mussino. Perché dopo il Varese e lo scudetto col Torino nel ‘43, aveva allenato la Pro Vercelli nel 1946-47 e nel 1947-48, proprio le stagioni in cui Domenico Mussino e Roberto Serone indossavano la maglia bianca vercellese. Janni li aveva avuti sotto mano. Li conosceva. E quando Paolo Mazza lo chiama alla SPAL, porta con sé quella memoria.
Mazza e Janni: il presidente visionario e il tecnico che sa leggere gli uomini. Sotto la loro guida, nel 1951, la SPAL vince il campionato di Serie B con venti risultati utili consecutivi, di cui diciotto vittorie, e approda per la prima volta in Serie A a girone unico. Mussino è parte di quella macchina. Ne è un ingranaggio silenzioso ma preciso.
18 presenze nella prima stagione, 2 gol. 15 nella seconda, 1 gol. I numeri non urlano. Ma i numeri sono bugiardi: non raccontano i contrasti, i recuperi, il metro di campo guadagnato con la testa bassa.
E poi c’è quella partita. 5 aprile 1953. Ventottesima giornata. Lo Stadio Comunale di Torino. Juventus contro SPAL. Arbitro: Cesare Jonni, di Macerata. Una domenica di primavera, il campo ancora pesante.
La SPAL prende subito il controllo del gioco. Mussino è in campo, discreto e preciso come sempre. E al quindicesimo minuto accade qualcosa che il Corriere della Sera del 6-7 aprile descriverà con precisione quasi chirurgica: la SPAL porta la sua insidia dinanzi alla porta e «Mussino raccoglie smarcatissimo un passaggio a conclusione di un’azione in linea». Un gol pulito. Un gol intelligente. Il gol di uno che non inventa, ma capisce.
La Juventus pareggia al 34’ con Del Grosso, poi la SPAL torna avanti con Pellicari al 45’. Finisce 2-2. Un punto strappato in casa della Juventus. Non abbastanza per gridare al miracolo. Ma abbastanza per tenere in testa quel quarto d’ora, il quindicesimo minuto di una domenica di aprile, come il momento più luminoso di una carriera.

Cagliari. Il mister, sua figlia, e la stagione incompiuta.

L’isola. Ci sono destinazioni che sembrano una scelta del destino. Il Cagliari, 1953. Mussino ha ventisette anni.
Ma prima di parlare del campo, bisogna parlare della panchina. Perché ad accoglierlo a Cagliari c’è un allenatore che vale una storia a sé. Si chiama Federico Allasio. Nato a Torino nel 1914. Centrocampista di razza, dotato di buona tecnica e potenza, favorita da un fisico vigoroso, dicono le cronache. Uno che con il Torino ha disputato 170 partite, ha vinto la Coppa Italia nel 1936, ha giocato con i grandi, Libonatti, Rossetti, e ha condiviso lo spogliatoio con i primi pilastri di quello che sarebbe diventato il Grande Torino.
Allasio è un uomo di calcio serio e preparato. Ma porta con sé una storia che esula dal rettangolo verde. Sua figlia si chiama Marisa Allasio. E Marisa Allasio, in quegli anni, è uno dei volti più amati del cinema italiano, “Poveri ma belli”, “Camping”, “Susanna tutta panna”, la ragazza con il sorriso luminoso che fa impazzire le platee di tutta Italia.
L’uomo che guida il Cagliari in campo, che decide i moduli, che urla le posizioni, che stringe la mano a Mussino a fine allenamento, è il padre di una star del cinema. Nessuno ci fa troppo caso, in quegli anni. Il calcio è calcio, il cinema è cinema. Ma l’immagine è lì, irresistibile.
Sotto la guida di Allasio, la stagione 1953-54 è quella della maturità per la carriera di Mussino: diciannove presenze, tre gol. Il Cagliari sfiora la promozione in Serie A. Sfiorare. Una parola crudele nel calcio. Più crudele del fallire, perché ti dice che eri lì, che bastava un niente.
Allasio lascia la panchina poco dopo la società cede il cannoniere Bercarich, cambiano i vertici, arriva Ottavio Morgia. Il calcio è anche questo: le storie si interrompono. I protagonisti si disperdono.
E poi il ginocchio. Nella stagione 1954-55, Mussino scende in campo solo cinque volte. Nessun gol. Un ginocchio che si rompe non fa rumore. È solo un crac, un passo falso, un appoggio sbagliato. E poi il silenzio di uno spogliatoio che continua senza di te.

Il ritorno. La Trinese. la panchina. il cerchio.
Ci sono momenti in cui la vita ti dice: torna. Non come una sconfitta. Come una necessità.
Domenico Mussino torna alla Trinese, la squadra della sua città, quella da cui era partito ragazzo. Una presenza nel ‘56, una nel ‘57. Il corpo che non risponde più come prima.
Ma lui non smette. Smette di giocare, ma non smette. Diventa allenatore. E lì, sulla panchina, trova qualcosa che il campo non gli aveva ancora dato: la possibilità di vedere il gioco per intero. Di vederlo dall’alto, come chi ha capito qualcosa che i giovani stanno ancora cercando.
E con lui in panchina, o comunque in campo, c’è di nuovo Roberto Serone. Dal 1958 al 1960. Il ragazzo di Trino con cui aveva condiviso lo spogliatoio della Pro Vercelli dieci anni prima, che aveva sfiorato al Cagliari senza mai incontrarsi, che aveva percorso strade parallele in paesi diversi. Eccoli di nuovo insieme, sulla stessa striscia di terra da cui erano partiti.
La Trinese finisce seconda nel 1956-57 sotto la guida di Mussino. E nella stagione 1958-59 arriva lo spareggio di Novi Ligure contro il Cuneo: la Trinese vince. Non ci sono telecamere, non c’è la radio. C’è solo un campo di provincia, tanta gente e una squadra che ha creduto in quello che il loro allenatore gli ha insegnato.
In quei mesi Mussino torna anche in campo, per qualche spezzone. L’11 gennaio 1959 segna un gol contro il Varazze. Ha trentadue anni. Il 4 ottobre 1959, gioca l’ultima partita, a Santa Margherita Ligure. Il mare, di là dal campo. Non lo sa ancora che è l’ultima. Forse lo intuisce. Forse no. Ma il calcio non ti avvisa quando è finita. Ti lascia capire da solo.

Coda. 1926-2026.
Domenico Mussino nasce il 10 maggio 1926. Oggi, 10 maggio 2026, sono cent’anni.
Ha giocato in Serie A quando la Serie A era ancora in bianco e nero sulle fotografie. Ha segnato alla Juventus allo Stadio Comunale di Torino. Ha giocato con Roberto Serone alla Pro Vercelli, si è perso di vista e ritrovato alla Trinese, come due fiumi che si separano e si riuniscono più a valle. Ha lavorato per Federico Allasio, un allenatore il cui cognome brillava nel frattempo sugli schermi del cinema italiano.
Non ha vinto niente di grande. Non è finito sui libri di storia del calcio. Ma ha attraversato il calcio italiano in un momento cruciale, dal dopoguerra agli anni Sessanta, dalla polvere alla ricostruzione, con la serietà tranquilla di chi sa che il lavoro, fatto bene, è già una forma di dignità.
Cent’anni. Il modo più onesto per ricordare una vita è raccontarla com’era: non come una leggenda, ma come una presenza. Qualcuno che c’era. Qualcuno che ha corso. Qualcuno che, quando tutto era finito, si è seduto su una panchina e ha continuato a guardare il gioco che amava. Con gli occhi di chi sa cosa vuol dire stare in campo.


StagioneSquadraCategoriaPresenzeGol
1945-46Pro VercelliMista serie B/C31
1946-47Pro VercelliSerie B174
1947-48Pro VercelliSerie B256
1948-49Pro VercelliSerie C349
1949-50FanfullaSerie B141
1950-51FanfullaSerie B3210
1951-52SPALSerie A182
1952-53SPALSerie A151
1953-54CagliariSerie B193
1954-55CagliariSerie B5—
1955-56TrinesePromozione1—
1956-57TrinesePromozione1—
1957-58TrinesePromozione——
1958-59TrineseSerie D21
1959-60TrineseSerie D11

Ivo Comazzi

Photo Credits: Giuseppe Vanni, “Notizie di calcio trinese (1898-1999)”.

La partita senza risultato

Nella pagina di Facebook “Sei di Trino se…” è stata pubblicata questa immagine della stagione 1933-34: è il manifesto della partita del 1° aprile tra Balzola e Trinese, giocata per il girone D del campionato federale di Terza Divisione in cui i biancoblu affrontarono Casale, Alessandria e altre realtà del territorio.

Colpisce il tono del tempo. A Balzola quella non è una partita qualunque: è una resa dei conti, annunciata e attesa. Il manifesto chiama a raccolta: “Sportivi tutti presenti!”. È un calcio che vive nella voce, nella piazza, nell’appartenenza. Un calcio in cui il pubblico è parte della scena.

La Trinese attraversa quella stagione tra slanci e cadute: il successo netto a Solero (1-4), il pareggio con l’Alessandria Allievi, la sconfitta di Casale. Un percorso irregolare, ma dentro un campionato che segna un passaggio.

E poi quella gara. Decisiva per gli equilibri del girone, sentita da entrambe le comunità. Eppure il risultato si è perso. Le cronache non restituiscono il punteggio, non raccontano i gol. Rimane soltanto una riga: l’infortunio di Romolo Vallaro. Un dettaglio minimo, sufficiente a dire che quella domenica si è giocata davvero. Il resto è rimasto nascosto nelle pieghe del tempo, come certe storie lontane.

Photo credits: Filigrana originale sull’immagine.


25 anni da una grande impresa

Nel 2026 ricorre un anniversario speciale per il calcio biancoblu. Sono passati venticinque anni da una delle pagine più luminose della storia del club: la vittoria del campionato di Eccellenza e la promozione in Serie D.

Un traguardo che per Trino non fu soltanto un successo sportivo, ma il coronamento di una rinascita. Dopo stagioni difficili, la società seppe ritrovare ambizione, solidità e visione, costruendo una squadra capace di riportare entusiasmo allo stadio e orgoglio a un’intera comunità.

Quel gruppo, guidato da una dirigenza determinata e da protagonisti che avrebbero lasciato un segno nella memoria dei tifosi, trasformò una speranza in realtà. La promozione in Serie D rappresentò il punto più alto di un percorso fatto di lavoro, coraggio e passione per i colori biancoblu.

L’articolo che segue, pubblicato su “La Stampa” il 13 marzo 2001, racconta il clima e le aspettative che accompagnavano quella stagione straordinaria. Rileggerlo oggi significa tornare a respirare l’atmosfera di una favola calcistica che, passo dopo passo, stava prendendo forma.

Sembra una favola, con lieto fine ancora da scrivere, quella che nelle ultime due stagioni sta vivendo il Trino. Dopo anni di fulgore (memorabile la stagione ’90-’91 quando, nell’allora torneo di Promozione, gli azzurri di Guido Vincenzi tennero a lungo in scacco squadroni del calibro di Oleggio e Pro Vercelli) il team azzurro aveva conosciuto un periodo buio, culminato con la discesa in Prima.

Un doppio salto all’indietro che relegava uno dei centri più importanti della provincia a un ruolo, calcisticamente parlando, da comprimario. Invece la rinascita era dietro l’angolo: la fusione con la Tronzanese che consentiva l’iscrizione al campionato di Promozione e l’ingresso in società di alcuni imprenditori come Vincenzo Mignone che, dopo la parentesi con la Pro, porta la sua esperienza e passione sportiva a Trino.

Ed è proprio Mignone, dapprima dirigente, ora presidente della società azzurra, a chiamare in panchina Fabrizio Viassi, l’allenatore che ha portato la Berretti della Pro Vercelli alla finale nazionale e guidato gli Allievi ai play off.

Viassi, zonista convinto, promuove alcuni dei suoi ragazzi (Bisesi, Freguglia, Aldrovandi) in Prima squadra, affiancandoli a elementi d’esperienza quali Marco Weffort, bomber di razza, un lusso per queste categorie, Daniele Marsan, centrocampista con trascorsi alla corte di Zeman ai tempi del Foggia, Primizio e Rotolo, tutti elementi con alle spalle tornei professionistici.

Insomma uno squadrone, costruito con un obiettivo che va oltre la stagione ’99-2000. Si parla addirittura di ripetere le gesta del Moncalieri, capace di issarsi sino al calcio professionistico. Non a caso come direttore generale arriva Sergio Gori, altro personaggio esperto e conoscitore del calcio in tutte le sue sfaccettature. A lui il compito di tenere i rapporti tra dirigenza e giocatori, settore giovanile compreso.

«Quando alle spalle si ha una società forte — sottolineava Viassi — anche i traguardi più impensabili possono essere raggiunti. Certo ci vuole un po’ di fortuna ma alla base di tutto ci sono sempre lavoro e organizzazione».

Le stesse che portano il Trino a duellare con il Castellazzo per il primato. Un testa-a-testa avvincente, risolto nello scontro diretto in terra alessandrina proprio all’ultima giornata: gli azzurri vincono 3-1 e salgono direttamente in Eccellenza.

Una festa, insomma. La stessa vissuta nell’81 ai tempi della precedente salita nella massima categoria calcistica regionale, quando il Trino del difensore-goleador Franco Balocco superò allo sprint il San Carlo grazie a un’impressionante serie di 11 vittorie consecutive.

Ma nell’albo d’oro degli azzurri figurano altri calciatori famosi: dall’estroso Dolcetti a Lele De Falco per arrivare, in tempi più remoti, a Bonni, D’Auria, Mussino e Serone.

La Stampa, 13 marzo 2001

Photo Credits: Archivio La Stampa

Gino Baroglio, il portiere goleador

Quando un portiere attraversa tutto il campo, non lo fa mai in fretta.

Il pubblico lo segue con lo sguardo, i compagni con un mezzo sorriso, l’arbitro con una breve esitazione. Negli anni Cinquanta non è una scena consueta: il numero uno dovrebbe restare lì, a ridosso dei pali, a custodire. E invece Gino Baroglio avanza verso il dischetto e nessuno, a Trino, sembra davvero sorpreso.

Baroglio arriva in città nell’estate del 1947, dal Crescentino. La Trinese gioca in Serie C. È uno sport ancora ordinato, fatto di ruoli e gerarchie precise. Poi, come spesso accade in quel decennio, il sistema cambia forma: ristrutturazioni dei campionati, nuove categorie, equilibri inediti. La squadra finisce nel torneo di Promozione. Molti se ne vanno, qualcuno passa oltre. Baroglio resta.

Resta nel 1948-49, resta nel 1949-50 e ancora nel 1950-51. Cambiano gli avversari e i campi, ma non la porta che difende. La sua è una presenza che va oltre il ruolo: una figura che attraversa le stagioni mentre il mondo di provincia si riorganizza e si adatta. Poi, nell’autunno del 1951, se ne va. Senza rumore, come fanno i portieri.

Ma la storia non finisce lì, perché Baroglio torna. Altre due stagioni, dal 1952 al 1954, in Prima Divisione Regionale. Quando la Trinese ha bisogno di certezze, Tarcisio “Cisu” Tavano richiama chi conosce il mestiere e il peso delle domeniche. È in questo secondo atto che succede qualcosa destinato a rimanere.

Il 22 febbraio 1953, contro il Popolo, la partita è bloccata. La Trinese ottiene un calcio di rigore nel momento esatto in cui il pomeriggio può girare. Dal fondo del campo sbuca Baroglio. Calcia, segna e torna indietro come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Succede di nuovo pochi mesi dopo, il 18 ottobre 1953, alla seconda giornata. Trino-Asigliano finisce 6-1. È una partita larga, dal risultato presto indirizzato, ma sul dischetto si presenta ancora lui. Segna di nuovo. A fine stagione, la Trinese vincerà il campionato.

Due rigori, due gol. Non per emergenza o per folklore, ma per pura fiducia.

In quegli anni il portiere non è chiamato a esibirsi. Deve tacere, stare, rimediare. Eppure esiste una stirpe rara che ogni tanto esce dall’area per assumersi un’altra responsabilità. Lucidio Sentimenti, il celebre Sentimenti IV, lo fece tre volte in carriera, molto prima che il calcio imparasse a pronunciare nomi come Chilavert o Rogério Ceni.

Baroglio non cercava il primato o l’eccezione. Semplicemente, quando serviva, prendeva il pallone e andava. Forse è questo che resta di lui: l’idea che in un’epoca di nomi e categorie mutabili, ci fosse qualcuno disposto a prendersi il carico di un gesto che non gli spettava.

E che a Trino, quando il portiere partiva verso l’area avversaria, nessuno sentisse il bisogno di domandarsi il perché.

Ivo Comazzi



I cento anni di un ragazzo

29 maggio 1960. Trinese – Inveruno.
Lo spogliatoio è pieno di voci e di attese. Lui è lì, al solito posto. La maglia numero undici già indossata, le scarpe bullonate allacciate. I gesti sono gli stessi di sempre: precisi, misurati, quasi rituali. Sistema i calzettoni, poi si alza e va allo specchio: una passata concentrata, con la cura di chi non è mai sceso in campo spettinato. Intorno, i compagni più giovani parlano, ridono, si muovono: in quei volti si rivede, come se il tempo avesse deciso di concedergli un regalo, proprio in quel momento.

28 ottobre 1945. Stesso posto. Altro tempo. Trinese – Soresina.
La stanza è fredda, sa di umido, di persone, di un tempo appena chiuso. Ha vent’anni e si prepara alla sua prima partita. Intorno a lui ci sono uomini d’esperienza, giocatori che hanno già visto campi importanti: guarda con ammirazione Mario Celoria, che ha vinto la Coppa Italia con la Fiorentina. Qualcuno scherza, qualcuno osserva in silenzio. Piero Castello gli si avvicina. Anche lui ha conosciuto la Serie A, con Casale e Triestina. Ha smesso da poco. Adesso è l’allenatore. Non fa discorsi. In dialetto, piano, gli dice una cosa sola:
«Serön, fa’ lonc a te bon fa’».
Finirà 7-0. Segnerà due volte.

Alcune persone non hanno bisogno di titoli altisonanti per restare nella memoria collettiva. Vivono nei ricordi, passano di voce in voce, illuminano immagini che non sbiadiscono. Roberto Serone appartiene a questa categoria rara: per molti, il miglior calciatore mai nato a Trino. Un ragazzo che il destino ha portato più volte a sfiorare il mito del Grande Torino, come se la Storia — quella autentica, imprevedibile — gli avesse fatto un cenno, l’avesse allontanato per un istante e poi richiamato a sé. E nel 2025, a cent’anni dalla sua nascita, la sua figura continua a brillare con una luce discreta ma tenace, quella di chi ha attraversato epoche diverse lasciando tracce che vale ancora la pena seguire.

Immaginate il calcio del dopoguerra: stadi ancora feriti dal conflitto, ambienti di fortuna, trasferte affrontate su camion riscaldati da una stufa, con qualche sacco di riso da vendere lungo la strada per pagarsi il viaggio.
Dentro quell’Italia lì, un’ala sinistra veloce e potente realizza ventotto gol in ventidue partite nel campionato di Serie C 1945-46. Ventisette…, ventotto…, più di uno a domenica. Ogni rete un boato, ogni boato un frammento di futuro. La Trinese chiude seconda dietro la Stradellina, ma con il miglior attacco del torneo — cinquantanove reti — e dentro quel bottino c’è soprattutto lui. Serone non viene da una grande città, non esce da un settore giovanile prestigioso: viene da Trino, e la Trinese è la sua casa.

Ma il talento non conosce confini, e così il Torino lo sceglie. Entra nell’accademia del club che sta costruendo la squadra più forte del mondo, quel Torino che in pochi anni diventerà leggenda. Allenamenti serrati, disciplina ferrea, la maglia che pesa sulle spalle e allo stesso tempo insegna e responsabilizza: la porta con l’orgoglio di chi sa cosa rappresenta.

Nei granata ci sono uomini importanti davanti a lui, nomi come Ossola, Mazzola, Gabetto. Figure da cui imparare ogni giorno. Roberto parte per la provincia a farsi le ossa, e non delude: tra Pro Vercelli e Perugia mette insieme più di cinquanta gol in tre stagioni. Ala atipica per l’epoca, unisce elevazione da centravanti, tecnica da rifinitore, fisico da atleta moderno e un tiro potente che cattura l’attenzione di tutti. Nell’estate del 1949 il Toro lo richiama: il suo primo ritorno, e il cerchio sembra pronto a chiudersi.

Il Torino del 1949 non è un Torino qualunque. La città e la squadra vivono ancora nel silenzio dopo Superga. Pochi mesi sono passati dalla tragedia che ha portato via gli Invincibili. Chi difende quei colori ha ricevuto un’eredità che non ammette errori. Entrare nello spogliatoio del Filadelfia significa adesso camminare dentro una memoria viva, un rispetto sacro che non ha bisogno di parole. Serone lo fa con discrezione e coraggio, sapendo che ogni oggetto, ogni ombra, ogni odore di canfora e cuoio, ogni sussurro di quelle pareti hanno assistito a momenti che nessun altro potrà mai vedere.

Ma il destino cambia direzione. Dicembre 1949: Serone parte per la Francia. Lo vuole il Nizza, e non solo la società. I tifosi, racconta Nice-Matin, si tassano spontaneamente per contribuire all’ingaggio di “un italiano del Torino”. Raccolgono trecentomila franchi. Pochi per i numeri di oggi, ma un piccolo tesoro per allora. È un gesto d’altri tempi, poetico nella sua semplicità, destinato a restare. E quel giornale, molti anni più tardi, lo inserirà anche nella lista dei 50 giocatori più importanti della storia dell’OGC Nice, un riconoscimento sorprendente per chi, a prima vista, dovrebbe essere solo una parentesi straniera.

Serone arriva sulla Costa Azzurra, in una regione dove il calcio già parla più lingue, respira un’aria internazionale, un’anticipazione di ciò che di lì a poco, da Monte Carlo a Cannes, diventerà la normalità. Cammina tra marine luminose, café all’aperto e boulevard baciati dal sole, nello stesso scenario che Alfred Hitchcock trasformerà in set per “Caccia al ladro”, e lo abiterà con Cary Grant e Grace Kelly. Sono quei raggi cristallini, quella bellezza elegante, quella leggerezza sospesa tra azione e fascino che Serone incontra nei suoi mesi francesi: un calcio e una vita intrisi di stile, di storie silenziose e di promesse non dette, che sembrano già uscite da un film.

E in quei mesi qualcuno, dall’Italia, lo guarda con attenzione. È Vittorio Pozzo. Il timoniere dei due Mondiali, allenatore, giornalista, maestro di calcio. La firma che al tempo rappresenta un giudizio più forte di qualsiasi voto in pagella. Nel suo articolo del 6 gennaio 1950 su La Stampa, Pozzo racconta Serone con la sua prosa precisa e pulita: «Roberto Serone è nato a Trino Vercellese nel 1925», scrive. Ricorda che «esordì nella Pro Vercelli» e che «apparteneva ultimamente alle riserve del Torino».
Descrive una partita amichevole a Melun, dove Serone e il triestino Trevisan vengono provati dal Nizza; e dove Serone viene trattenuto, messo sotto contratto e mandato subito in campo nel suo primo incontro ufficiale a Nancy, terminato in parità. Pozzo invita i lettori a seguirne con interesse il cammino in Francia e ricorda che, nel dopoguerra, già altri trinesi erano stati al Nizza ed esprime la speranza che Serone possa avere miglior fortuna dei suoi predecessori. È un giudizio autorevole. Di quelli che non hanno bisogno di replica.

Al Nizza segna una rete, gioca sette partite e improvvisamente si ritrova sui giornali: applausi, nomi in grassetto, qualche occhiolino dei cronisti. La stagione 1950-51 ha il suo piccolo scherzo: una sola apparizione nel girone d’andata, ma… campione di Francia lo stesso. Perché nelle squadre che vincono, vincono tutti, anche chi ha camminato solo un pezzo del sentiero.
E la vera magia è un’altra: la memoria di Serone in Costa Azzurra non si è spenta. Ancora oggi esiste un gruppo di tifosi che vuole restare parte del club attraverso un azionariato popolare: si chiama “Collectif Roberto Serone” ed è la prova che certe imprese, anche brevi e fugaci, lasciano tracce che resistono al tempo.

Dicembre 1950. Serone torna in Italia. Dopo essere stato a lungo in bilico con il Casale, lo prende il Pavia e in mezza stagione diventa il miglior marcatore con quattordici gol. È il preludio alla chiamata del Cagliari, la Sardegna che diventerà l’isola di Gigi Riva ma che allora era una terra ancora da scoprire, un laboratorio di calcio lontano dal continente. E proprio come Riva, Serone porta sulla schiena il numero 11.

Lì, tra gente fiera, porti assolati, strade silenziose che sanno di sale e campi di calcio battuti dal vento, Serone entra in un club rivolto al futuro. Il presidente Domenico Loi e l’allenatore Federico Allasio hanno costruito tutto con pazienza maniacale: giocatori provenienti da tornei minori e piccoli talenti selezionati con cura – da Dini a Soldani, da Bolognesi a Golin – formano una squadra che sembra cucita su misura per scalare la Serie B. Ogni allenamento è una lezione, ogni partita un tassello del grande puzzle della promozione. Roberto si muove con dedizione e occhi attenti, pronto a dare il suo contributo. E in mezzo a tifosi curiosi, giornalisti entusiasti e un clima di fermento, vive un calcio diverso: autentico, intenso, fatto di sudore, orgoglio e piccole imprese che lasciano il segno. Ogni partita è un’avventura, ogni vittoria un piccolo trionfo condiviso. E mentre la squadra conquista il campionato, Serone sa di aver messo il suo nome su una storia che, nella memoria dei sardi, non svanirà facilmente.

C’è una data che dice tutto della sua crescita: 8 novembre 1951.
Cagliari – Nazionale Giovanile, i Cadetti. Un’amichevole vetrina per i migliori talenti italiani. È Serone ad aprire le marcature: un gol secco, pulito, che sorprende il portiere Ottavio Bugatti e tutti gli Azzurrini. Finirà 1-1, ma quella rete rimane.
Poi arriva il 7 luglio la partita decisiva contro il Piacenza, una gara che vale la promozione. Il Cagliari soffre, va sotto, pareggia. E nel finale — quando il tempo sembra scivolare via — Serone inventa la giocata decisiva: un passaggio calibrato, una fiondata in area per Bercarich, che di testa segna il gol dell’apoteosi. Al fischio finale la gente invade il campo, solleva i giocatori, li porta quasi in processione. Nel cuore della festa c’è anche lui.

Dieci gol, l’arrivo in Serie B, il nome di Serone che torna a circolare. E così il Torino lo richiama di nuovo. Secondo ritorno. Questa volta è per davvero. Il 7 dicembre 1952, contro la Triestina, a 27 anni, Roberto esordisce in Serie A, e il Corriere della sera lo registra nelle sue statistiche. È un Toro che deve lottare, che gioca con “tenace volontà”.
In una fredda giornata di gennaio al Filadelfia, contro il Bologna, con il campo ghiacciato e i granata che indossano la leggendaria casacca del River Plate, Serone è protagonista. La cronaca riporta che ha sul suo piede le migliori occasioni della ripresa, in una partita combattuta “a denti stretti”. Qualche settimana dopo, a Bergamo, contro l’Atalanta, dal dischetto non sbaglia, firmando la rete che “consolida la vittoria del Torino”; a maggio, contro il Como, all’undicesimo del primo tempo, è lui a toccare in modo decisivo una girata al volo di Giovetti, sbloccando la partita.
Sono lampi, soffioni di luce, ma bastano a restare impressi. Il rapporto con l’allenatore non è sempre semplice, eppure Serone chiude la stagione con quattordici presenze e tre gol, tutti concentrati in quel finale di campionato: un crescendo, un’accelerazione. Non abbastanza per restare, ma abbastanza per farsi ricordare.

Si trasferisce ad Alessandria, in Serie B, qui trova la sua dimensione. Provincia nobile, pubblico caldo, calcio serio. Questa volta si ferma non una ma tre stagioni.
Il 15 marzo 1954, contro il Pavia, la sua ex squadra, il campo è un pantano. La pioggia ha reso tutto molle, pesante. Serone prima trasforma con freddezza un rigore assegnato per un fallo su Campagnoli; poi, al 31’ della ripresa, completa la rimonta con un gol personale. È la fotografia perfetta del suo calcio: essenziale, concreto, decisivo quando serve.

Quindi la Novese. Infine, nel 1957, il rientro alla Trinese, a casa.
Nella Trino vivace e operosa della fine degli anni Cinquanta, con le fabbriche in fermento, le vetrine illuminate e i bar pieni di fumo e voci, Serone continua a giocare — 69 partite, 27 gol, una promozione in Serie D — e apre la sua tabaccheria sotto i portici dell’affollato corso Italia. Diventa un volto familiare: un uomo che ha visto il mondo, ma non ha mai tradito la propria natura semplice, sincera.
Nel 1987, in un’intervista a La Stampa, sintetizza tutto con una frase bellissima, leggera e definitiva:
«Si giocava con passione ed entusiasmo, un pionierismo generoso senza tanta puzza al naso».
È così. È andata così.

Roberto Serone resta un’ala sinistra elegante e potente, un calciatore che ha attraversato campionati, Paesi, città, epoche e stili diversi. Ha realizzato 164 reti, ha vinto dove sembrava impossibile, ha portato il nome di Trino in giro per l’Italia e per l’Europa, senza mai dimenticare da dove veniva.

Raccontarlo oggi, a cent’anni dalla sua nascita, non è solo un esercizio di memoria: è restituire dignità a quelle carriere vissute tra talento, sacrificio e destino. È ricordare che il calcio non appartiene solo ai campioni degli albi d’oro, ma anche agli uomini come lui, che attraversano il proprio tempo con un fuoco gentile, destinato a durare.

Quel gol al 94′

Ci sono momenti, nel calcio, in cui il tempo non scorre: si dilata.
Secondi che diventano stanze in cui entra tutto: la paura di perdere, la voglia di provarci ancora, il fiato che manca e quel bisogno inspiegabile — quasi infantile — di crederci lo stesso.
Il gol all’ultimo secondo non è mai soltanto un gol.
È un lampo dentro una notte che sembrava già scritta. È un “no” al destino, detto a voce bassa ma con la forza di chi quella voce ha deciso di usarla proprio quando nessun altro ci credeva più.

A Trino, il 28 ottobre 2001, si giocava la nona giornata del campionato di Serie D, e l’aria era già densa di tensione, come nei pomeriggi in cui si intuisce che un dettaglio, uno solo, può cambiare la direzione di una stagione. Il Canavese arrivava da capolista, squadra costruita per stare in alto e per restarci, perché vincere non era un obiettivo: era un obbligo. Il Trino, invece, era una neopromossa, con addosso ancora il profumo fresco del salto di categoria e quella timida audacia delle squadre che osservano il nuovo scenario e si domandano se davvero sia il loro posto. Era uno di quei confronti che valgono più dei tre punti, perché misurano ambizioni, carattere, identità.

E intorno, nel mondo, rimbalzavano rumori che venivano da lontano.
Erano le settimane in cui l’eco dell’11 settembre continuava a farsi sentire, come un tuono lontano che non smette mai davvero. Le televisioni parlavano di scenari di guerra, di minacce, di un futuro improvvisamente più fragile e più incerto. Forse anche per questo, in quel pomeriggio di provincia, il calcio serviva più del solito: come riparo, come parentesi, come un piccolo spazio di normalità dentro un mondo che normalità non voleva offrirne più. Così, al “Roberto Picco”, mentre il cielo di ottobre si abbassava lento, Trino e Canavese si giocavano qualcosa che andava oltre la classifica.

Siamo sull’1-1. Il tempo regolamentare è già scaduto.
Il recupero sta finendo, una manciata di secondi che possono punire o salvare.
Il Canavese non accetta l’idea del pareggio: spinge, si sbilancia, cerca il colpo che ristabilisca le gerarchie. L’ultimo calcio d’angolo è suo. Il pallone viaggia, taglia l’area, rimbalza tra maglie strette e cuori tumultanti. E poi accade qualcosa che nessuno aveva previsto: viene intercettato, pulito, netto, da Melchiori, uno che come sempre legge l’azione prima degli altri. E invece di restare basso, invece di rallentare aspettando la fine, vede uno spazio, un varco che pochi coglierebbero. Riparte.

Succede tutto in un lampo.
Il contropiede nasce da un gesto semplice, quasi modesto, che però si apre come una diga. Ci sono metri, poi spazi, poi una prateria. La sfera scivola a sinistra, la difesa del Canavese reagisce in ritardo, perde ordine, perde allineamento, perde certezze. Da una parte del campo, in un attimo che sembra un’invocazione, la palla arriva a lui: Dalibor Andric. Dado.

Croato, ventisei anni, arrivato in estate da Chioggia. Un ragazzo che porta ancora addosso l’accento della sua lingua e la determinazione di chi ha attraversato frontiere, spogliatoi e sacrifici. Qualche minuto prima aveva sciupato un’occasione enorme. Una di quelle che restano lì, nella testa, a bussare come un rimprovero. Ma il calcio, a volte, ha una sua misericordia: ti chiama una seconda volta.

Andric si allunga la palla, la guarda correre davanti a sé, sente il respiro del portiere Miglino che gli viene addosso con tutto ciò che resta della partita. È l’ultimo duello, il più istintivo. Miglino tenta la chiusura disperata, si getta, prova a coprire, a toccare, a fermare. Andric lo evita, appena, quanto basta. Un passo di lato, un equilibrio ritrovato in una frazione di secondo, un istante che sembra durare un’eternità. La porta è lì. Lo spazio è lì. Il tiro parte. Rasoterra, deciso, inevitabile.

Poi un silenzio.
Un silenzio che non appartiene al calcio.
L’attimo in cui nessuno capisce ancora se sia tutto vero.

È gol?
C’è fuorigioco?
È successo davvero?

Gli occhi di tutti corrono verso l’uomo che regge il filo della storia:
Alessandro Savioli, arbitro di Imperia, uomo di mare catapultato nella pianura padana per una domenica che si sarebbe rivelata indimenticabile. È bravo, ha personalità, calma, esperienza. Negli anni diventerà presidente della sua Sezione, con un motto che oggi suona come un sigillo: “Siate sempre dei signori, dentro e fuori dal campo.”.

Savioli consulta il suo assistente, ripercorre mentalmente ogni dettaglio, valuta posizioni, movimenti, tempi. Sono secondi lunghi, interminabili, secondi che sembrano voler tornare indietro e rifarsi la domanda. Poi il verdetto arriva, netto come una sentenza pronunciata senza tremare: convalida.

È gol.
È tutto regolare.
Trino 2, Canavese 1.

La capolista cade.
Il pubblico esplode in un boato che sembra sgorgare dal terreno stesso.
E l’allenatore del Trino, Fabrizio Viassi, con quella sincerità che appartiene solo a chi ha sofferto ogni minuto della partita, ammette:
«Anche il pareggio sarebbe stato giusto, ma questa vittoria non l’abbiamo rubata. Di sicuro.».

E Andric?
Che ne è stato dell’uomo che cambiò un destino al minuto novantaquattro?

La sua è stata una carriera fatta di chilometri, trasferte, porte che si aprono e si chiudono. Prima di Trino: Bolzano, Chioggia. Tappe diverse di un percorso sempre con la valigia accanto, pronto a nuove direzioni. Nel 2001 indossa il biancoblu. Non si ferma. L’estate del 2002 è in bilico tra Valle d’Aosta e Novese. La scelta cade su Novi Ligure. In panchina? Fabrizio Viassi. Sempre lui.
Trino però rimane nel cuore. Il richiamo è forte. Torna nel 2003 e lascia di nuovo il segno in Serie D con gol che pesano come macigni. Poi la lunga vita tra Eccellenza e Promozione nella terra di Alessandria: quattro stagioni ai Canottieri, due alla Luese, l’Europa Bevingros Eleven. L’ultima pagina, la più intima: Predosa, 2019, Terza Categoria.
È il calcio che non finisce in televisione ma finisce nell’anima: quello delle panchine di ferro, del caldo torrido e delle nebbie affilate, delle domeniche che si assomigliano e non si assomigliano mai.

Oggi, Dado, vive lontano dai riflettori. Ha un bar. Lavora tanto, con la stessa dedizione che aveva quando si allenava per guadagnarsi un posto da titolare. Accanto a lui, come da una vita, c’è Adriana: conosciuta in Croazia nel 1997, sposata un anno dopo. Una storia solida, costruita con la stessa pazienza che serve per crescere due figli e per mandare avanti un locale.

Ha rilevato l’EscoBar di Alessandria, un luogo che custodisce leggende: secondo una di queste, lì, nel 1929, nacque quel “marocchino” che tutti conosciamo e beviamo. Dentro quel caffè si respira un’aria fiera, elegante, come se le storie non avessero bisogno di essere raccontate per esistere davvero.
Dalibor non passa più le giornate a parlare di diagonali, controlli o movimenti senza palla, ma la passione rimane, non andrà mai via: oggi la racconta attraverso il lavoro, il rispetto, l’educazione, gli stessi valori che il calcio gli ha insegnato e che continua a portare con sé.
Gli stessi valori che Savioli chiedeva ai suoi arbitri.
Gli stessi che lui, in fondo, ha sempre portato dentro.

E quel lampo al 94’ resta sospeso, come un pallone in aria, pronto a ricordarci che nel calcio – e forse nella vita – basta un solo istante, una sola scelta, per ribaltare tutto e far esplodere la sorpresa.


Nell’immagine di apertura, Antonio Ferrarotti intervista per Quartarete Vercelli Dalibor Dado Andric al termine della partita Trino – Canavese.