Storia di un pallone
Ci sono palloni che finiscono in rete, palloni che colpiscono un palo e palloni che vengono ricordati per anni perché qualcuno, una domenica pomeriggio, li ha calciati nel momento giusto. Poi ci sono quelli che vanno fuori. Al Roberto Picco succede più spesso di quanto si pensi: un rinvio sbagliato, un tiro preso male, una deviazione e, per qualche secondo, il pallone appartiene ancora alla partita anche se ha già superato la recinzione. Qualcuno lo segue con gli occhi, un raccattapalle corre verso il cancello, dalla panchina gridano di prenderne un altro. Poi l’arbitro fischia, il gioco riprende e quel pallone, quasi senza che nessuno se ne accorga, smette di essere importante.
Quello uscì dal campo una domenica di settembre. Prese molta più altezza di quanto il giocatore avrebbe voluto, oltrepassò la rete e sparì dalla parte in cui lo stadio finisce e cominciano le case, la strada e la ferrovia. Rimbalzò sull’asfalto, urtò un cordolo e continuò a rotolare fino all’erba alta ai margini di un piccolo terreno. Lì si fermò. Poco dopo passò un treno, facendo tremare per qualche istante i binari e le foglie più vicine. Ne passò un altro quando il sole era già più basso. Intanto, al Picco, la partita finì, le voci si dispersero, qualcuno chiuse un cancello e le automobili lasciarono una dopo l’altra le strade intorno allo stadio. Verso sera Trino tornò quella di tutte le altre sere, con le finestre illuminate, qualche bicicletta ancora in giro e il pallone nascosto nell’erba, dimenticato da tutti.
La notte piovve. Il lunedì mattina il sole tornò e asciugò lentamente l’asfalto, ma nessuno venne a cercarlo. Forse allo stadio qualcuno si era accorto che ne mancava uno, forse no. Ce n’erano altri nel sacco, altri nell’armadio, altri già pronti per l’allenamento successivo. Rimase lì anche il martedì e parte del mercoledì, raccogliendo polvere da un lato e umidità dall’altro, finché un bambino che tornava a casa lo vide tra l’erba. Aveva nove anni. Da lontano gli era sembrato un sacchetto bianco, ma quando si avvicinò capì subito. Lo tirò fuori con la punta della scarpa, lo pulì come poté con la manica e si guardò intorno. La strada era vuota. In lontananza si sentiva il passaggio a livello. Lo prese sotto il braccio e andò a casa.
Non era un bambino che giocava a calcio. Conosceva il Trino, naturalmente, e qualche volta suo padre lo aveva portato al Picco, ma aveva seguito quelle partite come fanno molti bambini: per dieci minuti guardando il campo, poi cercando qualcosa da bere, poi osservando la gente sugli spalti e tornando improvvisamente interessato quando tutti gridavano insieme. Uno dei giocatori, però, lo riconosceva sempre. Suo padre glielo aveva indicato una domenica: «Quello è il capitano». Da allora il bambino aveva cominciato a cercarlo in campo, come se essere capitano fosse una qualità che si potesse riconoscere anche senza fascia. Il pallone trovato vicino allo stadio, invece, lo nascose in fondo al cortile di casa, dietro due cassette di legno e una vecchia bicicletta appoggiata da anni contro il muro.
Il pomeriggio seguente lo prese e provò a palleggiare. Il primo tentativo finì dopo un tocco, il secondo anche. Al terzo il pallone gli batté contro il ginocchio e andò a urtare un vaso. Decise che quella faccenda dei palleggi poteva aspettare. Di fronte aveva un muro vecchio, con l’intonaco consumato in alcuni punti, e il muro aveva almeno un pregio: qualunque cosa gli mandassi, prima o poi te la restituiva.
Tum.
Il pallone tornò storto e lui dovette rincorrerlo.
Tum.
Questa volta riuscì quasi a fermarlo.
Tum.
Cominciò così. All’inizio calciava troppo forte o troppo piano, quasi sempre di punta; poi, giorno dopo giorno, senza sapere esattamente quando avesse imparato, cominciò a fermarlo meglio, ad accompagnarlo con l’interno del piede, a capire quanto forte bisognava colpirlo perché ritornasse più o meno nello stesso punto. Non sapeva se sarebbe mai diventato bravo. Sapeva solo che gli piaceva quella mezz’ora.
Divenne un’abitudine. Tornava da scuola, lasciava lo zaino in casa, mangiava qualcosa e scendeva in cortile prima dei compiti. Ogni pomeriggio il muro restituiva lo stesso rumore sordo: il colpo del piede, il pallone sull’intonaco, il rimbalzo sul cemento. Sua madre lo scoprì proprio per quel rumore. Un giorno aprì la finestra della cucina e rimase qualche secondo ad ascoltare. Quando si affacciò, il bambino stava cercando di fermare un pallone che gli era passato sotto la suola.
«Da dove arriva quello?», gli chiese.
Lui si fermò. Per un attimo pensò di inventare un compagno che glielo aveva prestato, ma capì dallo sguardo di sua madre che sarebbe stata una storia troppo lunga. Disse che lo aveva trovato vicino al campo.
«Quando?»
«Qualche giorno fa.» La madre scese in cortile, osservò il pallone e poi guardò lui.
«Probabilmente è del Trino. Dobbiamo riportarlo.»
Il bambino se lo strinse contro: «Ma loro ne hanno tanti.»
Lei annuì: «Può darsi. Questo però è il loro.»
Pianse un po’, senza fare rumore. Era il genere di pianto che arriva quando un bambino sa che un adulto ha ragione e questo rende le cose ancora peggiori. Disse che ormai ci giocava, che l’aveva trovato lui, che forse nessuno lo stava cercando. Sua madre ascoltò tutto. Poi gli promise che sarebbero andati insieme. Il giorno dopo, nel tardo pomeriggio, attraversarono le strade che portavano al Picco con il pallone dentro una borsa. La prima squadra aveva appena terminato l’allenamento. Sul campo qualcuno raccoglieva ancora i coni, dagli spogliatoi uscivano giocatori con le scarpe in mano e le borse sulle spalle, e nell’aria c’era quell’odore d’erba e terra umida che rimane attorno agli stadi quando la giornata sta finendo. Il bambino camminava vicino alla madre con una certa tristezza, come se stesse accompagnando da qualche parte un animale che aveva tenuto con sé per pochi giorni.
Fu lui a vedere il capitano per primo. Lo riconobbe molto prima che arrivasse vicino a loro e, istintivamente, rallentò. Sua madre invece continuò a camminare: per lei era soltanto uno dei giocatori che uscivano dal campo. Quando spiegò perché erano lì, il capitano guardò il pallone e poi il bambino.
«Ci hai giocato?»
Il bambino abbassò gli occhi e rispose che sì, un po’.
«Giochi in qualche squadra?» Scosse la testa. Il capitano prese il pallone, lo lasciò cadere a terra e glielo fece rotolare piano. Il bambino cercò di controllarlo, ma il pallone gli scappò mezzo metro più avanti. Gli corse dietro, lo recuperò e glielo restituì. Il capitano glielo mandò ancora. Questa volta riuscì a fermarlo con l’interno del destro. Non fu un controllo perfetto, né uno di quelli che fanno voltare la gente a bordo campo. Era soltanto migliore del primo. Il capitano sorrise.
«Ti piace giocare?» Il bambino guardò il campo dietro di lui.
«Sì.»
«Allora vieni a provare.»
Qualche giorno dopo tornò al Picco con un paio di scarpe che non erano proprio quelle giuste e una maglietta un po’ troppo larga. All’inizio gli sembrò che tutti gli altri sapessero esattamente dove andare mentre lui fosse sempre mezzo secondo in ritardo. Perse palloni, sbagliò un passaggio facile, durante una partitella corse una volta dalla parte sbagliata e scoprì che fermare un pallone passato da un altro bambino era molto più difficile che fermarne uno restituito da un muro. Nessuno però sembrò farci troppo caso. Quando l’allenamento finì aveva le ginocchia sporche, i capelli bagnati di sudore e nessuna voglia di tornare a casa. L’istruttore gli chiese se si fosse divertito. Lui annuì.
«Allora torna giovedì.» gli disse.
Tornò giovedì. Poi il martedì successivo. E poi ancora.
Passarono le settimane, arrivò l’autunno e infine quel freddo che al Picco entra dalle maniche della felpa e fa tenere le mani nascoste fino al momento di cominciare. Il bambino non diventò il più bravo della squadra. Con il sinistro continuava ad avere parecchi problemi e ogni tanto il pallone gli passava ancora sotto il piede, proprio come nel cortile. Ma adesso aveva dei compagni, una maglia biancoblu e un posto dove andare due pomeriggi alla settimana. Un giorno, durante una partitella, uno dei ragazzi calciò troppo forte. Il pallone salì sopra le teste, superò la recinzione e scomparve dall’altra parte. L’allenatore disse di prenderne un altro e il gioco riprese quasi subito. Soltanto il bambino rimase fermo per un istante a guardare il punto in cui era sparito.
Poi sorrise e corse dietro agli altri.
Perché ormai sapeva una cosa che nessuno gli aveva insegnato: certe volte un pallone esce semplicemente dal campo. Altre volte, invece, bisogna lasciarlo andare. Potrebbe avere ancora qualcuno da trovare.
Ivo Comazzi
Post scriptum.
A volte, per cominciare, basta un pallone. Per tutto il mese di settembre l’Academy dell’LB Trino apre le porte a bambini e ragazzi con quattro allenamenti di prova gratuiti: un’occasione per conoscere il campo, gli istruttori e scoprire se il calcio può diventare anche la loro storia.