Storie di calcio e di paese

La storia di uno Stadio

Alcuni stadi ospitano solo partite, altri anche ricordi, e poi ci sono quegli stadi — pochissimi — che finiscono per ospitare una città intera. Lo si capisce in certe mattine d’inverno, quando imbocchi viale Fratelli Brignone e il campo appare lì davanti, fermo e silenzioso, immobile come se custodisse un’attesa. Le colline del Monferrato fanno da sfondo, la nebbia taglia il respiro, il vento attraversa le tribune vuote portandosi dietro un’eco antica, mentre il profumo dell’erba – quell’odore umido e inconfondibile che appartiene solo ai campi di provincia – sembra salire dal terreno come un ricordo che non vuole svanire.

È in quei momenti che ti rendi conto davvero che questo non è soltanto uno stadio. È una memoria collettiva, un archivio di voci, un luogo che appartiene alla città con la stessa naturalezza con cui appartengono le vie del centro, i portici, la chiesa parrocchiale. Ogni gradino, ogni corrimano, ogni tratto di rete sembra aver assorbito un frammento di vita trinese: la gioia di un gol, la rabbia per un rigore sbagliato, il brusio della domenica pomeriggio, i passi veloci di chi entrava all’ultimo secondo utile, la voce roca e pastosa di tabacco di chi non ha mai smesso di incitare.

Ma come accade che un semplice campo di calcio, nato all’inizio del Novecento, diventi la casa emotiva di un intero paese? Per comprenderlo bisogna tornare agli anni in cui il calcio arrivò a Trino senza clamore, portato dai giovani che avevano visto giocare altrove e avevano intuito che quello sport nuovo, fatto di corsa e polvere, avrebbe preso piede anche sulle rive del Po.

Negli anni Venti il calcio era già parte del paesaggio. Il campo dell’Unione Sportiva Trinese, sempre lì, richiama squadre e pubblico. Le cronache dell’epoca non hanno bisogno di enfasi, bastano i fatti. Come nel luglio del 1920, quando un articolo annuncia con rigore quasi amministrativo ciò che invece sarebbe stato un piccolo evento cittadino:

«Col giorno 25 luglio 1920 avrà inizio in Trino Vercellese un torneo di foot-ball per la disputa della Coppa Città di Trino. Tutte le gare si svolgeranno sul campo dell’U.S.T. […] Le iscrizioni si riceveranno presso il Sig. Rolla Aldo, corso Vittorio Emanuele II. […] Vigono i regolamenti della F.I.G.C. Oltre alla Coppa Città di Trino sono in palio altri premi.»

E pochi mesi dopo, il 14 febbraio del 1921, La Stampa restituisce un’immagine ancora più viva:

«Partita combattutissima dall’inizio alla fine e svoltasi alla presenza di tutta Trino sportiva che fu prodiga d’incoraggiamenti ai colori del cuore […] Coll’odierno risultato il Trino passa in testa alla classifica.»

Le tribune sono in legno, il terreno diventa fango alla prima pioggia, eppure è già tutto chiaro: lo stadio è il centro sociale della città. I bambini si aggrappano alle reti, gli adulti si lasciano scappare commenti in dialetto, le biciclette si ammassano lungo il vialetto d’ingresso. E a pochi metri, oltre la recinzione, corre la ferrovia: treni che passano rapidi, carichi di vite e destini lontani, mentre qui ogni domenica tutto sembra avere una propria dimensione, come trattenuta in un tempo sospeso.

Poi arriva il 1929. L’anno in cui il campo diventa qualcosa di più. Nascono le tribune in muratura, l’impianto viene ricostruito, il nome viene imposto dal regime — Campo Littorio — e soprattutto compare quella struttura austera, un po’ misteriosa, che i trinesi impareranno a chiamare per sempre “lo Scatulun”. È un edificio semplice, squadrato, ma dentro ci passa la vita calcistica della città: spogliatoi, depositi, riunioni, pioggia battente sui vetri d’inverno. È una presenza che accompagna generazioni.

Ma il destino del Trino, a volte, si decide lontano dal pallone. Nel 1938 la squadra è forte, pronta a salire di categoria. Lo stadio no.

«Entro il 30 giugno il Direttorio farà conoscere le squadre ammesse al campionato e la formazione dei sei gironi. Le società, nell’inviare la domanda, debbono dichiarare di avere la piena disponibilità di un campo di giuoco rispondente ai requisiti fissati per ogni divisione, comunicando tutti gli estremi.»

È una ferita. Un’occasione perduta non per demerito sportivo, ma per inadeguatezza dell’impianto. Una vicenda che rimane scolpita nella memoria cittadina: il Trino era pronto per la serie C, il campo non ancora.

Il Dopoguerra segna un’esplosione di entusiasmo e di partecipazione. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta lo stadio vive giorni memorabili: le domeniche sono piene di vita, il brusio cresce fino al fischio d’inizio, gli incitamenti si intrecciano come un coro collettivo e l’atmosfera di comunità trasforma ogni partita in un piccolo rito condiviso.

Lentamente, qualcosa cambia. Il pubblico si assottiglia, le abitudini mutano, la televisione entra nelle case. Ma Trino non si arrende e si inventa un modo per riportare la gente intorno alla squadra. È il 1978, il giorno di “San Batramé”, la festa patronale. L’articolo del 30 agosto è un piccolo gioiello di antropologia locale, un ritratto tenero e vivace di una città che si raduna tra giostre, fiera e ballo a palchetto:

«Le giostre sulla piazza Garibaldi, la più grande del paese, il ballo a palchetto, il bosco della Partecipanza, la fiera del lunedì. […] Tutti, giovani e anziani, pagano il proprio tributo a San Batramé. […] “C’è il campo sportivo rifatto — dice Alberto Ronco — e abbiamo pensato di lanciarlo con le serate danzanti. Qui già si ballava tanti anni fa: quest’anno ha cantato da noi Betty Curtis e chissà quanti sono venuti proprio perché ricordavano i loro vent’anni”.»

È un’istantanea potentissima: la città che torna a respirare intorno al suo campo, come un passo di danza che riporta vita dove il tempo aveva messo distanza. Nel frattempo l’impianto si era arricchito dell’illuminazione artificiale, un segno di modernità che cambiava il modo di vivere il calcio. E infatti il pubblico torna davvero. Nel 1981 un nuovo articolo registra il risveglio:

«Trino ha undicimila abitanti ma ben pochi di loro vanno al campo sportivo la domenica: “Bisogna riconoscere — dice Morando — che negli anni passati abbiamo fatto poco per accattivarci il pubblico, ma ora qualcosa sta cambiando”.»

Nel 1994 arriva l’acqua: l’alluvione trascina fango e silenzio, sommerge il campo, invade lo Scatulun, cancella linee, cartelloni, ricordi tangibili. Eppure, dopo lo sgomento, si ricomincia. Piano, quasi in punta di piedi, poi con più coraggio. Si torna a giocare: si vince, si perde, si impara a rialzarsi, a lottare. L’erba ricresce, le voci ritornano, la domenica riprende a pulsare. E in quella nuova stagione di respiro, il 14 maggio 2000 — proprio il giorno dello scudetto della Lazio — arriva una pagina che nessuno ha dimenticato: Castellazzo – Trino 1-2, la vittoria del campionato di Promozione e il ritorno in Eccellenza. Ma pochi mesi dopo il destino si rimette di traverso: la piena del Po torna a devastare tutto, una ferita ancora più profonda della prima. Come spesso accade nella storia di questo stadio, la riscossa nasce proprio nel momento più difficile.

Il 20 dicembre 2000, contro il Centallo, il Trino torna finalmente sul suo campo per la prima partita dopo l’alluvione: una notturna dal sapore quasi irreale, con i fari che tagliano l’oscurità e illuminano un terreno che è ancora una cicatrice. La partita è tesa, sporca, pesante, come se ogni contrasto portasse con sé la memoria dei giorni passati a spalare fango più che a giocare a calcio. E nel finale arriva quello che molti ricordano come un segno: il gol di Marco Weffort. Non è solo un gol, è un gesto simbolico, un respiro trattenuto per mesi che finalmente si scioglie. È l’inizio della volata che porterà il Trino, guidato da Fabrizio Viassi, a vincere il campionato di Eccellenza 2000-01 e a conquistare la Serie D.

Questa volta la società non è impreparata e nell’estate del 2001 lo stadio cambia pelle: le vecchie gradinate sono abbattute, ne sorgono di provvisorie, l’impianto viene ridisegnato per accogliere un pubblico più numeroso e un calcio più impegnativo. È un periodo di passaggio, una fase in cui si costruisce mentre si continua a giocare.

Il salto definitivo arriva nel 2006, quando le tribune in alluminio vengono demolite e, anche grazie ai fondi residui di Italia ‘90, nasce lo stadio moderno. Una struttura completamente nuova, solida, capace di guardare al futuro. Sarà proprio quella casa a riaccogliere la squadra nel 2012, dopo anni complicati, come un ritorno alle origini che sa di promessa mantenuta.

Da lì in avanti lo stadio continua a cambiare: nel 2013 arriva il defibrillatore, frutto della passione, della determinazione e della generosità degli ultras Blue Boys e Blue Girls che tra cori e bandiere mostrano come quel campo non custodisca solo ricordi, ma vegli sul presente. Nel 2015 la svolta “green”, con interventi sull’efficienza energetica che rendono il campo più moderno e rispettoso dell’ambiente.
Negli anni più recenti resta un punto di riferimento, un luogo di incontro, lo specchio di una città che non ha mai smesso di riflettersi in quei novanta minuti.

Così, attraverso i decenni, quel campo che vide i tornei del 1920, la folla del ‘21, il Littorio del ‘29, la rinuncia del ‘38, la balera del ‘78, il ritorno del pubblico nell’81, le acque del ‘94 e del 2000, le promozioni, i gol all’ultimo minuto, continua a guardare Trino e a farsi guardare. Ogni volta che qualcuno entra, si ferma un momento, ascolta quel silenzio che sa di attesa, e sente qualcosa muoversi dentro, quel prato rinnova la sua promessa: essere casa.

Solo alla fine, quando si chiude il racconto e lo sguardo torna al campo, si può pronunciarne il nome.

Perché non è solo uno stadio.
È più di un secolo di vita trinese.
È il luogo dove una città ha messo cuore, voce, memoria.

È lo Stadio Roberto Picco.

Nelle immagini, alcuni cambiamenti nel corso del tempo.
1. Il campo sportivo subito dopo la sua costruzione.
2. Cartolina raffigurante lo stadio nel 2002.
3. Il Picco nel 2025.


Giugno ’59: lo spareggio di Novi

È il 7 giugno del 1959.
L’Italia vive ancora in bianco e nero: la televisione è per pochi, il resto si immagina attraverso le voci della radio. Voci che parlano di elezioni in Sicilia, della principessa Paola acclamata a Bruxelles, di colpi di pistola a Parigi. E mentre il Paese segue le ultime pedalate del Giro d’Italia vinto dal lussemburghese Charly Gaul, a Trino si pensa soltanto ad una cosa: lo spareggio contro il Cuneo.
Ma per capire quel pomeriggio bisogna tornare all’inizio.

La Trinese era una neopromossa in Interregionale, e l’avvio di stagione era stato un labirinto senza uscita, con sconfitte, punti persi e fiducia scivolata via. A dicembre arriva il cambio: fuori Mario Barera, che “mangia il panettone” giusto per pochi giorni, dentro un uomo del posto, appena trentatreenne, Domenico Mussino.
Mussino è uno che il calcio lo aveva attraversato per davvero: Pro Vercelli, Fanfulla, SPAL, Cagliari, e sì, anche qualche presenza in Serie A con la maglia della SPAL. Movimenti eleganti, cervello rapido, sguardo da mediano che aveva visto campi importanti e una carriera interrotta troppo presto. Quando arriva a Trino, il 28 dicembre, non promette rivoluzioni, promette ordine. E lo mantiene. Piano piano, la squadra torna a respirare.

La stagione scivola fino all’ultima curva con la trasferta di Savona. Ai liguri basta un punto per salire in Serie C. Finisce 0-0.
Ed è lì che si scatena tutto, sospetti, accuse, discussioni infinite. La FIGC apre un’inchiesta. Interroga, ascolta, e chiude: assoluzione piena per Savona e Trinese. Tutto regolare.
Rimane solo lo spareggio. Da giocarsi in campo neutro, una trasferta che vale un anno.

A Novi Ligure, il 7 giugno fa caldo. Caldo vero, di quelli che rendono pesante ogni passo.
Le tribune sono piene, gli ombrelli aperti — non per la pioggia, ma per il sole.
Da Trino arrivano in tanti: treni, corriere, automobili che sanno di domeniche passate. La città è divisa, metà resta ad aspettare gli aggiornamenti, metà è lì, sotto il cielo bollente.

In mezzo al campo c’è l’arbitro, Lino Magrini, giunto fin qui da Venezia. Sguardo freddo, postura sicura, occhi lucidi di chi non si lascia impressionare. Uno che, quando entra, senti subito che l’ordine lo fa lui.

Da una parte il Cuneo. A guidarlo, una figura quasi letteraria, Giuseppe Ostromann. Allenatore, istriano di Pola, alto, molto alto. Ex calciatore dell’Udinese, del Foggia, della Ternana, uno che a Terni si era guadagnato un soprannome che più affettuoso non si può: “Inciampone.”
Un calcio un po’ macchinoso, passi lunghi e lenti… ma cuore grande.
E alle spalle una storia di esuli, partenze forzate, frontiere cambiate nel dopoguerra.
Ed ecco che sul prato compare anche Saracco, uno dei migliori. Solo poche ore prima si era sposato. Un pranzo veloce e via verso la partita, l’abito scuro riposto nello spogliatoio che sapeva di canfora e la maglia biancorossa infilata di corsa.

Dall’altra la Trinese. Divisa biancoblu, una squadra fatta di facce conosciute.
Molti sono di Trino e in campo si parla spesso in dialetto, perché quello è il modo più veloce per capirsi. L’italiano serviva per la scuola, il dialetto per stringere le linee, per darsi fiducia, per chiamarsi la palla.
C’è Roberto Serone, cresciuto nel Grande Torino. Arriva in granata nell’estate del ’49, dopo la tragedia di Superga. Un ragazzo troppo giovane per ereditare un mito, troppo bravo per restare fermo.
Lo mandano a farsi le ossa in Francia, al Nizza, poi a Pavia, poi anche lui a Cagliari, proprio come Mussino.
Un viaggiatore del pallone, con la valigia pronta e gli occhi aperti.
C’è il numero uno, Anselmo Rosso, sicuro tra i pali, personalità da veterano. Uno che — anni dopo — diventerà veramente un viaggiatore. Fino al Nepal. Fino a un volo che non arriverà mai a destinazione, nel 1992.
Destini che si intrecciano e poi si perdono lontano.
E c’è il capitano. Giuseppe Rosso, che di Anselmo non è solo compagno di squadra. È il fratello. Il gemello.
Due vite parallele, due sguardi simili, due ruoli diversi nello stesso pomeriggio che segnerà tutto.

Alle 16.30 si comincia.
Il Cuneo costruisce, imposta, muove palla con pazienza. La Trinese si compatta e riparte, ascolta il proprio portiere, che ha la calma di chi non si fa spaventare.
Minuto 26. La palla sale in aria dopo una rimessa lunga. Un rimbalzo strano, di quelli che confondono.
Pallavicini si gira, vede un corridoio che non c’è. E lo vede anche Giuseppe Rosso, che arriva in corsa.
Controllo secco. Tiro a mezza altezza.
Rete. 1-0. Segna il capitano.
Il boato è doppio: Novi Ligure prima, Trino subito dopo.
Da lì in avanti è un altro sport. Il Cuneo attacca, la Trinese regge. Serone fa il suo, Boglietti non molla un metro, Anselmo Rosso tiene la porta come un lucchetto.
All’80’, Saracco protesta troppo, è rosso diretto. E il giorno del suo matrimonio, in quel preciso istante, cambia colore. La gara si incanala verso il finale.
Gli ultimi minuti sono una lunga apnea. Quando Magrini fischia la fine, i giocatori non esultano, crollano. Vittoria, sì. Ma soprattutto salvezza.

Il tabellino dice Trinese 1, Cuneo 0.
Gol di Giuseppe Rosso.
Espulso Saracco.
Arbitro Magrini.
Caldo torrido.

La storia dice altro.
Dice Mussino, trentatreenne, che raddrizza una stagione impossibile.
Dice Ostromann, esule istriano, che porta il peso di un popolo e di una squadra.
Dice Serone, arrivato dal Torino orfano di Superga.
Dice due fratelli — uno in porta, uno in gol — che prendono per mano un paese intero.
Dice di una festa da celebrare con tutta la città.

Oggi la squadra si chiama LB Trino, sono cambiate le maglie, le categorie, i campi. Lo spirito, però, è sempre lo stesso e quel 7 giugno del 1959 è ancora lì, appeso da qualche parte nella memoria collettiva. La prova che, a volte, una partita vale più del suo risultato. Vale un’identità. Questo è il calcio.

Trinese – Cuneo 1-0 (1-0)
26′ G. Rosso

Trinese: A. Rosso; Crosio, Sacchi; Vaccari, Vannelli, Boglietti; Minghetti, Zanno, Serone, G. Rosso, Pallavicini
Allenatore: Domenico Mussino

Cuneo: Giarda; Gottero, Zucco; Vaira, Giletta, Gerarca; Napoli, Oderda, Berretta, Saracco, Crippa
Allenatore: Giuseppe Ostromann

Arbitro: Lino Magrini (Venezia)
Nota: espulso Saracco all’80’

Photo credits: Archivio La Stampa

Verso il derby: una partita indimenticabile

C’è una domenica, dentro il calendario spesso dimenticato dell’Eccellenza piemontese, che col tempo ha acquisito un significato speciale. Una partita che allora sembrava “solo” un derby: acceso, combattuto, importante quanto può esserlo una sfida di novembre.

Il 1° novembre 2015
a Trino c’era il sole ma soffiava un vento tagliente, quello che arriva dal nord e che al “Picco” sembra correre lungo le gradinate come un narratore impaziente in cerca di attenzione. Il pubblico era quello delle occasioni vere. E qualcuno già sussurrava che nel Casale giocasse un brasiliano bravo davvero, arrivato da lontano, giovane, ma già con una vita intensa alle spalle, uno con i piedi buoni e l’aria un po’ distratta. Ma nessuno immaginava che quel ragazzo, anni dopo, avrebbe camminato dentro San Siro in Champions League.
Si chiamava Junior Messias.
E quel pomeriggio, tra i contrasti e il rumore dei tacchetti, si muoveva leggero, come se avesse dentro una musica tutta sua.

Il Trino parte forte
La partita si accende presto. Dopo appena sedici minuti, su un angolo, la palla finisce dalle parti di Dylan Kambo, arrivato da Marsiglia. Un controllo minimo, un tiro ravvicinato, la rete che si gonfia. 1-0 Trino.
Il Casale prova a reagire. Quando punta la porta, inevitabilmente il pallone passa dai piedi di Messias. Tocchi brevi, accelerazioni, qualche invenzione. Ma il Trino è attento, compatto, e quando riparte lo fa senza sprecare nulla.
La seconda fiammata arriva alla mezz’ora: Gagna affonda il diagonale del 2-0. La palla bacia l’angolo lontano e il “Picco” esplode. Per un attimo sembra che la storia abbia già scelto la sua strada.

La punizione che riapre tutto
Poi succede ciò che capita quando in campo c’è un giocatore diverso dagli altri. A pochi minuti dall’intervallo, il Casale si guadagna una punizione dal limite. Messias sistema la palla, osserva la barriera, guarda il portiere.
Parte, colpisce, disegna una traiettoria perfetta. 2-1. Il vento cambia. La partita anche.

Ripresa: assedio e resistenza
Nel secondo tempo il Casale alza i giri. Messias e Birolo provano a tagliare la difesa del Trino con movimenti continui, piccoli spiragli, accelerazioni improvvise.
La squadra di casa però resiste. Tiene botta. Moretto compie un paio di interventi decisivi che valgono quasi un gol.
È un lungo braccio di ferro, un derby che vive di contrasti, seconde palle, ritmo e cuore.

L’89’: il gol dell’ex
Quando la stanchezza sembra rallentare tutto, il Trino trova ancora energie in un contropiede. È un’azione rapida, pulita. La palla arriva a Russo, che vede Carlucci fuori dai pali e lo scavalca con un pallonetto preciso. 3-1.
Il pubblico salta in piedi. Ma la storia non è finita.

Un finale che toglie il fiato
Al 93’, Birolo firma il 3-2. Si riparte in fretta, non c’è tempo da perdere.
Un minuto dopo, Messias riceve al limite. Controlla. Punta la porta. Calcia. Silenzio. Il pubblico trattiene il fiato. La palla sfila di poco sul fondo.
È l’ultima occasione. Il “Picco” può finalmente respirare: il Trino ha vinto, e se c’è un protagonista nascosto, quasi invisibile agli occhi della cronaca di quel pomeriggio, quello è Davide Gamba, l’allenatore biancoblu. Colui che ha letto la partita con precisione chirurgica, senza concedere spazi al Casale e colpendolo sulle ripartenze.

La partita che oggi leggiamo con altri occhi
Quel giorno fu una grande impresa. Il Trino che batte la capolista, che la spinge giù dal primo posto, che si prende un derby intenso fino all’ultimo secondo. Ma oggi quel pomeriggio ha un sapore diverso.
Perché in mezzo alla confusione, all’agonismo, al freddo, stava passando un ragazzo che di lì a qualche anno avrebbe scalato tutte le categorie del calcio italiano. Dalla Eccellenza alla Serie D, dalla Serie C alla A, fino alla Champions League, fino alla maglia del Milan.
Quel ragazzo era Junior Messias.

E allora Trino – Casale del 1° novembre 2015 non è soltanto un derby combattuto.
È la fotografia di un destino che attraversava in silenzio il Piemonte, mentre il calcio di provincia – come spesso accade – custodiva una storia incredibile senza sapere davvero di averla tra le mani.


Verso il derby: l’uomo che ha segnato due storie

Domenica è giorno di derby: Trino contro Casale.
E i derby non sono mai partite come le altre: sono emozioni da una e dall’altra parte. Mettono in scena tutto quello che il calcio custodisce — orgoglio, memoria, rivalità — e riportano a galla storie che nessun risultato potrà mai cancellare.

Perché Trino e Casale, separate da pochi chilometri e da un secolo di calcio vissuto a modo loro, hanno sempre condiviso più di quanto si dica. Lo raccontano i giocatori che, negli anni, hanno attraversato quel confine sottile e simbolico: da Stefano Melchiori, intelligenza tattica e talento, a Gianluca Soragna, cuore, sostanza e gol pesanti; fino ad arrivare agli interpreti di oggi, Luca Vergnasco e Gabriele Passannante.
E ogni volta che un giocatore passa da una sponda all’altra, la storia si arricchisce: le maglie possono essere diverse, i colori opposti, ma il calcio, quello vero, ha una sola lingua.

Tra tutti questi nomi, però, ce n’è uno che li contiene idealmente tutti. Uno che non ha soltanto vestito le due maglie: le ha attraversate, trasformandole, lasciando un segno che ancora oggi si percepisce quando l’aria del derby vibra un po’ di più. Il suo nome è Romano Vizia.

Non tutti i calciatori lasciano una scia. Alcuni passano, altri rimangono come impronte leggere. E poi ce ne sono pochi, pochissimi, che invece fanno un’altra cosa: spostano l’aria. Quando entrano in campo senti che qualcosa cambia, come quando una porta si apre e per un istante la stanza respira diversamente. Romano Vizia era uno di quelli.
Non perché fosse il più elegante o il più celebrato. Ma perché aveva quel modo di guardare il campo con la fermezza di chi non cerca la gloria: cerca il varco. Il momento. L’attimo in cui la partita, improvvisamente, può diventare sua. Da Palazzolo alla pianura che sfuma verso il Monferrato, da Trino a Casale, il suo nome circolava così: non come un mito, non come un ricordo, ma come un passaparola: “L’hai visto, Vizia? Quello là… quello che parte e non lo fermi più.”

C’era un modo tutto suo di prendere velocità.
Non era scatto, non era eleganza. Era determinazione pura, la testa un po’ bassa, le spalle pronte a fendere l’aria, come se ogni corsa fosse la prosecuzione naturale della sua vita: diritta, senza deviazioni inutili.
Arrivò a Trino da ragazzo, quando la maglia biancoblu era una promessa più che un colore. E capì subito cosa significava: impegno, sacrificio, appartenenza.

Poi il destino gli mise in mano un’altra maglia, quella nerostellata del Casale.
E lì successe qualcosa che chi lo ha visto non ha mai dimenticato. Romano non cambiò modo di giocare: continuava a fare quello che gli veniva naturale, come se il campo del Palli lo chiamasse per nome. Ma in quella cornice ogni suo gesto sembrava risuonare più forte. Segnava gol che erano racconti: bordate, accelerazioni, colpi di testa che facevano vibrare le ringhiere. E la gente, guardandolo, capì subito che quel ragazzo della pianura aveva un istinto capace di spostare le partite.

Uno dei fotogrammi più preziosi della sua storia è stampato nella memoria di un’intera generazione.
Una domenica limpida d’inverno. Le tribune colme, il fiato che si vede nell’aria, il brusio che precede le partite che valgono davvero.
Palla che vola alta, altissima.
E lui, Romano, che parte come se la vita lo spingesse dalla schiena. Una trattenuta, un contatto, un equilibrio che sembra spezzarsi e invece si ricompone in un istante. Tiro. La rete che si gonfia. E un boato che non è un boato: è un abbraccio, una promessa, una città che si solleva per qualche secondo da terra. Quel giorno, diranno poi, Vizia non segnò semplicemente un gol. Ne cambiò il destino.
Eppure la sua storia non è tutta dentro un’area di rigore.
Ha visto club importanti, maglie pesanti, stadi che fanno tremare le gambe. Ha conosciuto la grande Italia del calcio che si muoveva veloce, che cercava, che sperimentava. Ma ogni volta, in un modo o nell’altro, Romano tornava qui: nella pianura dove la domenica ha ancora un suono preciso, nei campi che odorano di silenzio e fatica.

Quando smise di giocare, cominciò davvero a restituire.
Sui campi del Vercellese e del Monferrato prese per mano ragazzi che avevano sogni fragili e gambe irrequiete. Non li plasmava: li ascoltava. Capiva da un gesto cosa potevano diventare. E li lasciava crescere, forti e sicuri, come fa chi sa che il calcio, prima di tutto, è educazione.

Poi arrivò quella sua stagione memorabile: il Trino della Promozione 1990-91.
Una squadra costruita sul lavoro, sulla coesione, su un’idea chiara che tutti riconoscevano senza bisogno di parole.
Affrontò avversarie complicate, piazze più grandi, squadre dal passato ingombrante. E lo fece con una direzione tecnica limpida, quasi chirurgica: il calcio come responsabilità, non come improvvisazione.
Il campo parlò: il suo Trino era vivo, riconoscibile, rispettato.

Per questo oggi, quando si pronuncia il nome Romano Vizia, non si pensa solo ai gol, alle maglie, alle classifiche.
Si pensa a un uomo che ha camminato accanto al calcio come si cammina accanto a un amico: senza strepiti, senza vanità.
Un uomo appartenuto a due città, due squadre, due mondi. E che, ancora oggi, sembra entrare in campo ogni volta che qualcuno racconta di lui. Perché certi giocatori, anche quando l’arbitro ha già fischiato la fine, continuano a spostare l’aria.

1908, il calcio arriva a Trino

Ci sono immagini che non si limitano a fermare un istante: trattengono un respiro, una promessa, un’intera stagione della vita.
Guarda questi ragazzi di Trino. Le maglie ben tirate, le fasce sulla fronte, quel modo quasi teatrale di posare: piedi piantati a terra, spalle dritte, lo sguardo di chi crede che il mondo stia finalmente aprendosi davanti a lui. È l’inizio del Novecento, e il calcio in Italia cresce come un’onda: a pochi chilometri di distanza la Pro Vercelli detta la legge del gioco, modella gli stili, incanta chiunque la osservi. Una maestra, un faro. E i giovani trinesi ne respirano l’esempio, lo portano nei movimenti, nella voglia di migliorare, nella fierezza di sentirsi parte di qualcosa che va oltre il paese.

Tutto comincia in Piazza Garibaldi: quattro mattoni per fare una porta, un rettangolo di polvere, qualche giacchetta buttata a terra come linea laterale. Nasce così la Juventus di Trino, e in poco tempo questi stessi ragazzi si ritrovano ad affrontare squadre che fino a ieri erano soltanto nomi letti sul giornale: il Casale, la Pro Vercelli, la Juventus-Torino.
È la bellezza di chi costruisce tutto da zero, senza sapere di star facendo la storia.

E poi c’è quel pensiero che arriva solo quando si guarda la foto con gli occhi di oggi.
Fra pochi mesi – forse un anno, forse solo qualche settimana per alcuni – questi stessi volti saranno lontani da qui. Lontanissimi.
Non più su un campo di terra, ma nelle trincee del Carso, sotto cieli che non promettono nessuna domenica, nessun calcio d’inizio. La Prima Guerra Mondiale li sta già chiamando, uno a uno, e loro ancora non lo sanno.

Ed è proprio questa inconsapevolezza a rendere i loro sguardi così potenti: c’è orgoglio, c’è fiducia, c’è quella giovinezza che non conosce ancora il peso della storia. In quel momento, davanti all’obiettivo, ciò che conta è solo il gruppo, la maglia, il pallone che stringono come fosse un simbolo di appartenenza.
Da questa immagine – da questa energia primordiale del calcio trinese – prende forma il racconto di Dario Biginelli nel suo libro Vecchia Trino: un viaggio nella memoria di un paese che nel pallone ha trovato identità, coraggio e voce.
Un racconto che, ancora oggi, continua a illuminare il presente
.

Dal 1908 al 1914 si sviluppò anche a Trino lo sport del calcio
. Primo campo, la Piazza Garibaldi, le porte segnate da quattro mattoni o da quattro giacchette.
Iniziò così e si sviluppò nei giovani di Trino la passione calcistica.
Entro poco tempo si formò la prima squadra che si chiamò Juventus, la quale di risultato in risultato, si affermò in campo regionale.
Il tifo divenne così vasto da portare all’acquisizione del “campo delle cipolle” oltre il cimitero israelitico, ove vennero disputate gare ancora oggi famose, contro squadre di rango nazionale, quali il Casale F.C., Pro Vercelli, Juventus-Torino…
La nostra Juventus concorse a diversi campionati facendo bellissima figura.

Immagine colorizzata da originale scattato nel 1914.

Photo Credits: Giuseppe Vanni, “Notizie di calcio trinese (1898-1999)”.

Una domenica allo stadio

Un frammento di vita trinese, tra passione sportiva e colori di paese, riemerge dalle pagine del volume “Fatti, personaggi e ricordi della vecchia Trino”, edito a cura della Famija Trineisa.
L’autore, che si firma
T.V./’60, racconta con ironia, affetto e nostalgia l’atmosfera unica delle domeniche calcistiche di fine anni Cinquanta, quando la Trinese era molto più di una squadra: era un rito collettivo, un’emozione che univa un intero paese.

Le partite di calcio della Trinese cominciano a vivere almeno tre ore prima che il direttore di gara dia il primo colpo di fischietto. Iniziano a prendere vita quando Censo – l’uomo che vive per due miti: le bocce e la Trinese – entra in ebollizione. Gli amici dicono che, dalla sua carica di nervoso, si può ricavare un pronostico preciso sull’esito della partita.
Altri invece traggono auspici dal numero e dalla qualità dei calmanti che si consumano al bar della Tana dei Leoni (che sarebbe poi la Bella Venezia di Gianni).
– Due caffè e una camomilla: “Povera Trinese, la tua sorte è segnata!”
– Un caffè, un rabarbaro e due camomille: “Va meglio, si pareggia!”.
– Due Cynar, una mentina e cinque camomille: “Vittoria certissima!”.
Chi entra in ebollizione più tardi è Luigi, che gli arbitri passati dal campo comunale hanno concordemente soprannominato «Il Terrore». Luigi avverte la presenza dell’arbitro come un rabdomante sente l’acqua. La domenica, qualche ora prima del fischio d’inizio, è già seduto al cancello d’ingresso, addetto alla biglietteria. All’improvviso s’alza, fiuta l’aria, si schiarisce la gola, prova la voce: l’arbitro è nei paraggi. E per tutta la partita non lo molla più, seguendolo su e giù lungo la rete di recinzione come un leone in gabbia. Di tanto in tanto la sua voce tonante si fa sentire: “Arbitro… cornuto… occhiali!”. Oppure, rivolto al pubblico: “Quanto bella sarebbe la vita senza quei signori che fischiano!”.
Toni Cural è l’antitesi di Luigi. Vive e soffre la partita in silenzio. Una sola volta l’ho sentito gridare, quando un giocatore biancoblu mancò banalmente una facile occasione. Toni si portò la mano al cuore e urlò: “Minghett… ti ’t völi fami möri!”.
Povero quel forestiero che, ignaro, salì in tribuna convinto di godersi la gara in santa pace. Si ritrovò invece nel cuore della bolgia: a destra Vasetu, a sinistra Sandrino, poco più avanti Gianni, scatenato. Urla tali da far accapponare la pelle anche a uno scuoiato.
E si poteva dire fortunato! Se fosse capitato qualche anno prima, quando il mitico Cabial non era ancora emigrato in riviera, altro che perdita dell’udito!
C’è chi perde la pazienza, come Beppe, che a metà gara si rifugia in garage per non soffrire oltre.
E c’è chi spreca fiato, come il solito tifoso sapientone che borbotta per tutto il tempo: “Io qui… io là… questo è sbagliato… quello non va…”.
Poi c’è chi grida forte: “Dai Trinese” – come Cisiu, che “dirige” la partita dalla tribuna: “Via la palla… in profondità… uno-due…”.
“E tre!” urla la folla, mentre la terza palla finisce in rete.
Commento entusiasta: “Da quanto tempo non vedevo un gol così bello!”.
Replica pronta: “Da quando è caduto il ponte sul Po!”.
In campo battono una punizione dal limite: fuori.
Mentina sospira: “Ai miei tempi, erano tutti gol…”.
Pinutin ribatte: “Anche io ho fatto dei gol dal limite! Gridavo forte: portiere! Poi toccavo indietro la palla… e se c’era la pietruzza maligna… così…”.
Gianni interviene subito: “A me non li avresti fatti, quei gol! Ancora oggi volerei da un palo all’altro della porta!”.
“Legato alla traversa con la cinghia delle brache!” ribatte Censo, che incrocia da quelle parti.
Intanto, vicino agli spogliatoi, si aggira il geometra Busto: stavolta i suoi ragazzi non l’hanno fatto disperare, e lui sarà generoso con loro.
La partita è finita.
Renzo, re dei massaggiatori, commenta beffardo che ai suoi tempi…
Ma Vannelli non lo lascia finire: “Già, ai tuoi tempi staccavi Bartali in salita, tu!”.
La folla lentamente si disperde, e fino a un’altra domenica il Comunale non risuonerà più del suo grido più bello: “Forza Trinoooo!”.

Immagine colorizzata da Ivo Comazzi, originale scattato il 23 febbraio 1958 in occasione di Trinese – Caluso 5-2.
In piedi da sinistra: Anselmo Rosso, Franco Vannelli, Carlo Arnaudi, Aldo Crosio, Arturo Gatti, Lorenzo Dealessi.
Accosciati da sinistra: Vittorio Minghetti, Giovanni Rondano, Roberto Serone, Renzo Barbantani, Giovanni Cavallari, Giuseppe Rosso.


Photo Credits: Giuseppe Vanni, “Notizie di calcio trinese (1898-1999)”.

Dalle Azzorre a Trino

Il progetto Club Amici cresce ancora: dopo il gemellaggio con l’FC Nomade di Tokyo, l’LB Trino accoglie il Clube União Micaelense, storica società delle Azzorre con sede sull’isola di São Miguel, la più grande dell’arcipelago portoghese. Un nuovo legame che rafforza lo spirito dell’iniziativa, fondata su valori comuni di passione sportiva e identità locale.

Fondato nel 1911 nella città di Ponta Delgada, il Clube União Micaelense è una delle istituzioni più antiche e rispettate del calcio azzorriano. Negli anni ha preso parte ai campionati nazionali, contribuendo allo sviluppo dello sport nell’arcipelago e formando generazioni di atleti legati al proprio territorio.

Il suo storico impianto, lo Stadio Marquês Jácome Correia, resta il centro vitale del club: un luogo di incontro e passione sportiva. Con un settore giovanile vivace e una storia che affonda le radici nel tempo, l’União Micaelense continua a unire tradizione e rinnovamento.

L’intesa tra LB Trino e União Micaelense nasce così nel segno del calcio vissuto come linguaggio universale, capace di unire città, isole e tifosi di ogni latitudine.

La Cantera biancoblu: dove cresce il futuro

Nel calcio dei grandi si dice spesso che “vincere non è importante, è l’unica cosa che conta”. Ma per chi indossa la maglia biancoblu fin dai primi passi, la vittoria più importante non è nel risultato, bensì nel percorso. La Cantera dell’LB Trino nasce e vive con un obiettivo preciso: far crescere persone prima ancora che calciatori, trasmettendo valori di rispetto, impegno e lealtà sportiva.

In un tempo in cui la fretta di arrivare rischia di soffocare la passione, a Trino si continua a credere che il calcio giovanile sia una scuola di vita. Qui si impara che la sconfitta può essere una lezione e che la vittoria vale davvero solo se costruita con sacrificio e spirito di squadra.

Per molte stagioni, Tarcisio “Cisiu” Tavano ha insegnato il “futbol” a generazioni di ragazzi trinesi. Il suo esempio, fatto di competenza e umanità, continua ancora oggi a ispirare chi lavora nei campi del vivaio biancoblu.

Dalla Cantera sono passati giovani che hanno saputo farsi strada nel calcio professionistico: Roberto Serone, Aldo Dolcetti e Stefano Primizio, nomi che testimoniano come anche in una piccola città possa nascere un grande talento.

E proprio Trino, con la sua anima multietnica, rappresenta oggi un modello di integrazione. Nelle giovanili biancoblu convivono storie, origini e culture diverse, unite dalla stessa passione per il pallone. Una ricchezza umana che rende la squadra più forte, dentro e fuori dal campo.

Nel 2025-26, il settore giovanile dell’LB Trino conta circa duecento ragazzi impegnati nelle varie categorie, dai Piccoli Amici fino alla Juniores. È una comunità viva e appassionata, seguita con attenzione da uno staff tecnico numeroso e competente.

Alla guida dei diversi gruppi ci sono allenatori di esperienza come Stefano Bessi per la Juniores, Franco Zorz e Carlo Zatti per gli Allievi, Fabrizio Guaschino, João Gabriel Brugnera e Luigi d’Assero per le squadre degli Esordienti, mentre i Pulcini sono affidati a Paolo Di Falco, Michael Cannella e Giorgio Rolando. I più piccoli, dai Primi Calci ai Piccoli Amici, crescono invece sotto la guida di Stefano Primizio e Giuseppe Conigliaro, seguiti con la stessa cura e passione. A completare il gruppo, il lavoro prezioso dei preparatori dei portieri Massimiliano Saia e Michael Cannella, insieme ai responsabili di settore — tra cui Antonio Angeloro, Carlo Forza, Alberto Vineis, Anas Nouigar, Maurizio Ferrarotti, Giuseppe Chiarelli, Aris Festa, Giacomo Falcone, Cristian Schizzerotto, Matteo Rolando, Siad El Ajouri, Andrea Avanzo e Cristina d’Assero — che garantiscono organizzazione e continuità a tutto il vivaio.

Dietro ogni nome, c’è una scelta di campo: quella di educare, accompagnare, credere nei ragazzi. Perché nell’Academy biancoblu non si formano solo calciatori: si costruisce il futuro del Trino, un passo, un allenamento, un sogno alla volta.


Trino, emozioni d’altri tempi

C’era un tempo in cui le domeniche di provincia avevano il sapore dell’attesa. Bastava un biglietto come quello dell’A.C. Trino — cartoncino ruvido, numerato in rosso, con il bordo azzurro della Lega Nazionale Dilettanti — per sentirsi parte di qualcosa di autentico. Entravi allo stadio, o meglio al campo sportivo, con la voce dello speaker che si mescolava all’odore dell’erba e del vin brulé, e per novanta minuti tutto il resto scompariva.

La stagione era quella del 1983-84. Il Trino – Cascine Vica 5-1 aveva acceso l’entusiasmo, e nei tabellini stampati in bianco e nero scorrevano nomi familiari a chi allora riempiva le tribune: volti di ragazzi del territorio, simboli di un calcio vissuto con orgoglio e appartenenza. I gol raccontavano la partita più delle parole: 27’, 33’, 39’, 77’, 81’. Segni d’inchiostro che restano vivi perché allora il calcio non aveva bisogno di replay per essere ricordato.

Un’altra cronaca, in un’altra domenica, portava il titolo «Tre squadre vincenti». In mezzo a quelle righe fitte, il Trino trovava spazio per una vittoria conquistata con grinta e determinazione contro il Borgo Uriola. Erano giornate diverse, non settimane consecutive, ma unite da un filo invisibile: la passione di una squadra capace di sorprendere e regalare felicità a chi la seguiva.

Quel calcio non conosceva le luci abbaglianti dei riflettori moderni. Viveva di slancio e dedizione, di panchine di legno, di silenzi interrotti solo dal rumore dei tacchetti e dal mormorio del pubblico. I giornali sportivi arrivavano il lunedì mattina, ancora umidi e profumati di stampa, e sfogliarli era un rito: i caratteri classicamente tipografici, i titoli sobri, il racconto essenziale di ciò che contava davvero — il gioco, i protagonisti, l’emozione.

Rileggere oggi quelle pagine ingiallite e tenere in mano un biglietto d’ingresso come quello del 1984 è come aprire un cassetto della memoria. Il tempo passa, ma certe sensazioni — quelle vere — continuano a segnare il cuore come un gol sotto la pioggia.

Promozione, il calcio vero

C’è un calcio che non ha bisogno di luci abbaglianti per emozionare. Un calcio che profuma di erba bagnata, di spogliatoi stretti e di domeniche d’autunno. È il campionato di Promozione, un mondo dove il tempo sembra scorrere con un ritmo tutto suo, sospeso tra passato e presente.

Qui la modernità convive con la tradizione senza sforzo. Le cinque sostituzioni, introdotte prima ancora che nei professionisti, hanno dato nuova linfa alle partite, rendendole più intense e dinamiche. L’obbligo di schierare giovani ha trasformato questa categoria in una palestra di futuro, dove il talento si tempra tra contrasti veri e applausi sinceri. I playoff e i playout, poi, tengono viva la speranza fino all’ultima giornata, perché in Promozione nulla è mai scritto fino al fischio finale.

Ma il suo fascino più profondo resta quello retrò. Le maglie numerate dall’1 all’11, le gare tutte in contemporanea la domenica pomeriggio, i campi che d’inverno si fanno pesanti e fangosi, raccontano un calcio che non ha ceduto al frastuono del professionismo. Qui il pubblico non è una folla anonima: è una comunità. Si conoscono i nomi, si commentano le azioni, si vive la partita fianco a fianco con chi scende in campo.

Eppure, non è un calcio nostalgico. È un gioco vero, curato nei dettagli, dove si lavora con metodo, si studiano gli avversari e si costruiscono schemi con la stessa passione dei grandi. Allenatori preparati, staff attenti, società organizzate: tutto parla di un calcio che sa evolversi senza smarrire la sua essenza.

La Promozione è questo: un equilibrio raro tra sentimento e competizione, tra appartenenza e ambizione. Ogni domenica è un racconto di impegno e di sogni, un piccolo teatro dove la passione continua a essere la più grande vittoria.