Quel gol al 94′

Ci sono momenti, nel calcio, in cui il tempo non scorre: si dilata.
Secondi che diventano stanze in cui entra tutto: la paura di perdere, la voglia di provarci ancora, il fiato che manca e quel bisogno inspiegabile — quasi infantile — di crederci lo stesso.
Il gol all’ultimo secondo non è mai soltanto un gol.
È un lampo dentro una notte che sembrava già scritta. È un “no” al destino, detto a voce bassa ma con la forza di chi quella voce ha deciso di usarla proprio quando nessun altro ci credeva più.

A Trino, il 28 ottobre 2001, si giocava la nona giornata del campionato di Serie D, e l’aria era già densa di tensione, come nei pomeriggi in cui si intuisce che un dettaglio, uno solo, può cambiare la direzione di una stagione. Il Canavese arrivava da capolista, squadra costruita per stare in alto e per restarci, perché vincere non era un obiettivo: era un obbligo. Il Trino, invece, era una neopromossa, con addosso ancora il profumo fresco del salto di categoria e quella timida audacia delle squadre che osservano il nuovo scenario e si domandano se davvero sia il loro posto. Era uno di quei confronti che valgono più dei tre punti, perché misurano ambizioni, carattere, identità.

E intorno, nel mondo, rimbalzavano rumori che venivano da lontano.
Erano le settimane in cui l’eco dell’11 settembre continuava a farsi sentire, come un tuono lontano che non smette mai davvero. Le televisioni parlavano di scenari di guerra, di minacce, di un futuro improvvisamente più fragile e più incerto. Forse anche per questo, in quel pomeriggio di provincia, il calcio serviva più del solito: come riparo, come parentesi, come un piccolo spazio di normalità dentro un mondo che normalità non voleva offrirne più. Così, al “Roberto Picco”, mentre il cielo di ottobre si abbassava lento, Trino e Canavese si giocavano qualcosa che andava oltre la classifica.

Siamo sull’1-1. Il tempo regolamentare è già scaduto.
Il recupero sta finendo, una manciata di secondi che possono punire o salvare.
Il Canavese non accetta l’idea del pareggio: spinge, si sbilancia, cerca il colpo che ristabilisca le gerarchie. L’ultimo calcio d’angolo è suo. Il pallone viaggia, taglia l’area, rimbalza tra maglie strette e cuori tumultanti. E poi accade qualcosa che nessuno aveva previsto: viene intercettato, pulito, netto, da Melchiori, uno che come sempre legge l’azione prima degli altri. E invece di restare basso, invece di rallentare aspettando la fine, vede uno spazio, un varco che pochi coglierebbero. Riparte.

Succede tutto in un lampo.
Il contropiede nasce da un gesto semplice, quasi modesto, che però si apre come una diga. Ci sono metri, poi spazi, poi una prateria. La sfera scivola a sinistra, la difesa del Canavese reagisce in ritardo, perde ordine, perde allineamento, perde certezze. Da una parte del campo, in un attimo che sembra un’invocazione, la palla arriva a lui: Dalibor Andric. Dado.

Croato, ventisei anni, arrivato in estate da Chioggia. Un ragazzo che porta ancora addosso l’accento della sua lingua e la determinazione di chi ha attraversato frontiere, spogliatoi e sacrifici. Qualche minuto prima aveva sciupato un’occasione enorme. Una di quelle che restano lì, nella testa, a bussare come un rimprovero. Ma il calcio, a volte, ha una sua misericordia: ti chiama una seconda volta.

Andric si allunga la palla, la guarda correre davanti a sé, sente il respiro del portiere Miglino che gli viene addosso con tutto ciò che resta della partita. È l’ultimo duello, il più istintivo. Miglino tenta la chiusura disperata, si getta, prova a coprire, a toccare, a fermare. Andric lo evita, appena, quanto basta. Un passo di lato, un equilibrio ritrovato in una frazione di secondo, un istante che sembra durare un’eternità. La porta è lì. Lo spazio è lì. Il tiro parte. Rasoterra, deciso, inevitabile.

Poi un silenzio.
Un silenzio che non appartiene al calcio.
L’attimo in cui nessuno capisce ancora se sia tutto vero.

È gol?
C’è fuorigioco?
È successo davvero?

Gli occhi di tutti corrono verso l’uomo che regge il filo della storia:
Alessandro Savioli, arbitro di Imperia, uomo di mare catapultato nella pianura padana per una domenica che si sarebbe rivelata indimenticabile. È bravo, ha personalità, calma, esperienza. Negli anni diventerà presidente della sua Sezione, con un motto che oggi suona come un sigillo: “Siate sempre dei signori, dentro e fuori dal campo.”.

Savioli consulta il suo assistente, ripercorre mentalmente ogni dettaglio, valuta posizioni, movimenti, tempi. Sono secondi lunghi, interminabili, secondi che sembrano voler tornare indietro e rifarsi la domanda. Poi il verdetto arriva, netto come una sentenza pronunciata senza tremare: convalida.

È gol.
È tutto regolare.
Trino 2, Canavese 1.

La capolista cade.
Il pubblico esplode in un boato che sembra sgorgare dal terreno stesso.
E l’allenatore del Trino, Fabrizio Viassi, con quella sincerità che appartiene solo a chi ha sofferto ogni minuto della partita, ammette:
«Anche il pareggio sarebbe stato giusto, ma questa vittoria non l’abbiamo rubata. Di sicuro.».

E Andric?
Che ne è stato dell’uomo che cambiò un destino al minuto novantaquattro?

La sua è stata una carriera fatta di chilometri, trasferte, porte che si aprono e si chiudono. Prima di Trino: Bolzano, Chioggia. Tappe diverse di un percorso sempre con la valigia accanto, pronto a nuove direzioni. Nel 2001 indossa il biancoblu. Non si ferma. L’estate del 2002 è in bilico tra Valle d’Aosta e Novese. La scelta cade su Novi Ligure. In panchina? Fabrizio Viassi. Sempre lui.
Trino però rimane nel cuore. Il richiamo è forte. Torna nel 2003 e lascia di nuovo il segno in Serie D con gol che pesano come macigni. Poi la lunga vita tra Eccellenza e Promozione nella terra di Alessandria: quattro stagioni ai Canottieri, due alla Luese, l’Europa Bevingros Eleven. L’ultima pagina, la più intima: Predosa, 2019, Terza Categoria.
È il calcio che non finisce in televisione ma finisce nell’anima: quello delle panchine di ferro, del caldo torrido e delle nebbie affilate, delle domeniche che si assomigliano e non si assomigliano mai.

Oggi, Dado, vive lontano dai riflettori. Ha un bar. Lavora tanto, con la stessa dedizione che aveva quando si allenava per guadagnarsi un posto da titolare. Accanto a lui, come da una vita, c’è Adriana: conosciuta in Croazia nel 1997, sposata un anno dopo. Una storia solida, costruita con la stessa pazienza che serve per crescere due figli e per mandare avanti un locale.

Ha rilevato l’EscoBar di Alessandria, un luogo che custodisce leggende: secondo una di queste, lì, nel 1929, nacque quel “marocchino” che tutti conosciamo e beviamo. Dentro quel caffè si respira un’aria fiera, elegante, come se le storie non avessero bisogno di essere raccontate per esistere davvero.
Dalibor non passa più le giornate a parlare di diagonali, controlli o movimenti senza palla, ma la passione rimane, non andrà mai via: oggi la racconta attraverso il lavoro, il rispetto, l’educazione, gli stessi valori che il calcio gli ha insegnato e che continua a portare con sé.
Gli stessi valori che Savioli chiedeva ai suoi arbitri.
Gli stessi che lui, in fondo, ha sempre portato dentro.

E quel lampo al 94’ resta sospeso, come un pallone in aria, pronto a ricordarci che nel calcio – e forse nella vita – basta un solo istante, una sola scelta, per ribaltare tutto e far esplodere la sorpresa.


Nell’immagine di apertura, Antonio Ferrarotti intervista per Quartarete Vercelli Dalibor Dado Andric al termine della partita Trino – Canavese.