La storia di uno Stadio

Alcuni stadi ospitano solo partite, altri anche ricordi, e poi ci sono quegli stadi — pochissimi — che finiscono per ospitare una città intera. Lo si capisce in certe mattine d’inverno, quando imbocchi viale Fratelli Brignone e il campo appare lì davanti, fermo e silenzioso, immobile come se custodisse un’attesa. Le colline del Monferrato fanno da sfondo, la nebbia taglia il respiro, il vento attraversa le tribune vuote portandosi dietro un’eco antica, mentre il profumo dell’erba – quell’odore umido e inconfondibile che appartiene solo ai campi di provincia – sembra salire dal terreno come un ricordo che non vuole svanire.

È in quei momenti che ti rendi conto davvero che questo non è soltanto uno stadio. È una memoria collettiva, un archivio di voci, un luogo che appartiene alla città con la stessa naturalezza con cui appartengono le vie del centro, i portici, la chiesa parrocchiale. Ogni gradino, ogni corrimano, ogni tratto di rete sembra aver assorbito un frammento di vita trinese: la gioia di un gol, la rabbia per un rigore sbagliato, il brusio della domenica pomeriggio, i passi veloci di chi entrava all’ultimo secondo utile, la voce roca e pastosa di tabacco di chi non ha mai smesso di incitare.

Ma come accade che un semplice campo di calcio, nato all’inizio del Novecento, diventi la casa emotiva di un intero paese? Per comprenderlo bisogna tornare agli anni in cui il calcio arrivò a Trino senza clamore, portato dai giovani che avevano visto giocare altrove e avevano intuito che quello sport nuovo, fatto di corsa e polvere, avrebbe preso piede anche sulle rive del Po.

Negli anni Venti il calcio era già parte del paesaggio. Il campo dell’Unione Sportiva Trinese, sempre lì, richiama squadre e pubblico. Le cronache dell’epoca non hanno bisogno di enfasi, bastano i fatti. Come nel luglio del 1920, quando un articolo annuncia con rigore quasi amministrativo ciò che invece sarebbe stato un piccolo evento cittadino:

«Col giorno 25 luglio 1920 avrà inizio in Trino Vercellese un torneo di foot-ball per la disputa della Coppa Città di Trino. Tutte le gare si svolgeranno sul campo dell’U.S.T. […] Le iscrizioni si riceveranno presso il Sig. Rolla Aldo, corso Vittorio Emanuele II. […] Vigono i regolamenti della F.I.G.C. Oltre alla Coppa Città di Trino sono in palio altri premi.»

E pochi mesi dopo, il 14 febbraio del 1921, La Stampa restituisce un’immagine ancora più viva:

«Partita combattutissima dall’inizio alla fine e svoltasi alla presenza di tutta Trino sportiva che fu prodiga d’incoraggiamenti ai colori del cuore […] Coll’odierno risultato il Trino passa in testa alla classifica.»

Le tribune sono in legno, il terreno diventa fango alla prima pioggia, eppure è già tutto chiaro: lo stadio è il centro sociale della città. I bambini si aggrappano alle reti, gli adulti si lasciano scappare commenti in dialetto, le biciclette si ammassano lungo il vialetto d’ingresso. E a pochi metri, oltre la recinzione, corre la ferrovia: treni che passano rapidi, carichi di vite e destini lontani, mentre qui ogni domenica tutto sembra avere una propria dimensione, come trattenuta in un tempo sospeso.

Poi arriva il 1929. L’anno in cui il campo diventa qualcosa di più. Nascono le tribune in muratura, l’impianto viene ricostruito, il nome viene imposto dal regime — Campo Littorio — e soprattutto compare quella struttura austera, un po’ misteriosa, che i trinesi impareranno a chiamare per sempre “lo Scatulun”. È un edificio semplice, squadrato, ma dentro ci passa la vita calcistica della città: spogliatoi, depositi, riunioni, pioggia battente sui vetri d’inverno. È una presenza che accompagna generazioni.

Ma il destino del Trino, a volte, si decide lontano dal pallone. Nel 1938 la squadra è forte, pronta a salire di categoria. Lo stadio no.

«Entro il 30 giugno il Direttorio farà conoscere le squadre ammesse al campionato e la formazione dei sei gironi. Le società, nell’inviare la domanda, debbono dichiarare di avere la piena disponibilità di un campo di giuoco rispondente ai requisiti fissati per ogni divisione, comunicando tutti gli estremi.»

È una ferita. Un’occasione perduta non per demerito sportivo, ma per inadeguatezza dell’impianto. Una vicenda che rimane scolpita nella memoria cittadina: il Trino era pronto per la serie C, il campo non ancora.

Il Dopoguerra segna un’esplosione di entusiasmo e di partecipazione. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta lo stadio vive giorni memorabili: le domeniche sono piene di vita, il brusio cresce fino al fischio d’inizio, gli incitamenti si intrecciano come un coro collettivo e l’atmosfera di comunità trasforma ogni partita in un piccolo rito condiviso.

Lentamente, qualcosa cambia. Il pubblico si assottiglia, le abitudini mutano, la televisione entra nelle case. Ma Trino non si arrende e si inventa un modo per riportare la gente intorno alla squadra. È il 1978, il giorno di “San Batramé”, la festa patronale. L’articolo del 30 agosto è un piccolo gioiello di antropologia locale, un ritratto tenero e vivace di una città che si raduna tra giostre, fiera e ballo a palchetto:

«Le giostre sulla piazza Garibaldi, la più grande del paese, il ballo a palchetto, il bosco della Partecipanza, la fiera del lunedì. […] Tutti, giovani e anziani, pagano il proprio tributo a San Batramé. […] “C’è il campo sportivo rifatto — dice Alberto Ronco — e abbiamo pensato di lanciarlo con le serate danzanti. Qui già si ballava tanti anni fa: quest’anno ha cantato da noi Betty Curtis e chissà quanti sono venuti proprio perché ricordavano i loro vent’anni”.»

È un’istantanea potentissima: la città che torna a respirare intorno al suo campo, come un passo di danza che riporta vita dove il tempo aveva messo distanza. Nel frattempo l’impianto si era arricchito dell’illuminazione artificiale, un segno di modernità che cambiava il modo di vivere il calcio. E infatti il pubblico torna davvero. Nel 1981 un nuovo articolo registra il risveglio:

«Trino ha undicimila abitanti ma ben pochi di loro vanno al campo sportivo la domenica: “Bisogna riconoscere — dice Morando — che negli anni passati abbiamo fatto poco per accattivarci il pubblico, ma ora qualcosa sta cambiando”.»

Nel 1994 arriva l’acqua: l’alluvione trascina fango e silenzio, sommerge il campo, invade lo Scatulun, cancella linee, cartelloni, ricordi tangibili. Eppure, dopo lo sgomento, si ricomincia. Piano, quasi in punta di piedi, poi con più coraggio. Si torna a giocare: si vince, si perde, si impara a rialzarsi, a lottare. L’erba ricresce, le voci ritornano, la domenica riprende a pulsare. E in quella nuova stagione di respiro, il 14 maggio 2000 — proprio il giorno dello scudetto della Lazio — arriva una pagina che nessuno ha dimenticato: Castellazzo – Trino 1-2, la vittoria del campionato di Promozione e il ritorno in Eccellenza. Ma pochi mesi dopo il destino si rimette di traverso: la piena del Po torna a devastare tutto, una ferita ancora più profonda della prima. Come spesso accade nella storia di questo stadio, la riscossa nasce proprio nel momento più difficile.

Il 20 dicembre 2000, contro il Centallo, il Trino torna finalmente sul suo campo per la prima partita dopo l’alluvione: una notturna dal sapore quasi irreale, con i fari che tagliano l’oscurità e illuminano un terreno che è ancora una cicatrice. La partita è tesa, sporca, pesante, come se ogni contrasto portasse con sé la memoria dei giorni passati a spalare fango più che a giocare a calcio. E nel finale arriva quello che molti ricordano come un segno: il gol di Marco Weffort. Non è solo un gol, è un gesto simbolico, un respiro trattenuto per mesi che finalmente si scioglie. È l’inizio della volata che porterà il Trino, guidato da Fabrizio Viassi, a vincere il campionato di Eccellenza 2000-01 e a conquistare la Serie D.

Questa volta la società non è impreparata e nell’estate del 2001 lo stadio cambia pelle: le vecchie gradinate sono abbattute, ne sorgono di provvisorie, l’impianto viene ridisegnato per accogliere un pubblico più numeroso e un calcio più impegnativo. È un periodo di passaggio, una fase in cui si costruisce mentre si continua a giocare.

Il salto definitivo arriva nel 2006, quando le tribune in alluminio vengono demolite e, anche grazie ai fondi residui di Italia ‘90, nasce lo stadio moderno. Una struttura completamente nuova, solida, capace di guardare al futuro. Sarà proprio quella casa a riaccogliere la squadra nel 2012, dopo anni complicati, come un ritorno alle origini che sa di promessa mantenuta.

Da lì in avanti lo stadio continua a cambiare: nel 2013 arriva il defibrillatore, frutto della passione, della determinazione e della generosità degli ultras Blue Boys e Blue Girls che tra cori e bandiere mostrano come quel campo non custodisca solo ricordi, ma vegli sul presente. Nel 2015 la svolta “green”, con interventi sull’efficienza energetica che rendono il campo più moderno e rispettoso dell’ambiente.
Negli anni più recenti resta un punto di riferimento, un luogo di incontro, lo specchio di una città che non ha mai smesso di riflettersi in quei novanta minuti.

Così, attraverso i decenni, quel campo che vide i tornei del 1920, la folla del ‘21, il Littorio del ‘29, la rinuncia del ‘38, la balera del ‘78, il ritorno del pubblico nell’81, le acque del ‘94 e del 2000, le promozioni, i gol all’ultimo minuto, continua a guardare Trino e a farsi guardare. Ogni volta che qualcuno entra, si ferma un momento, ascolta quel silenzio che sa di attesa, e sente qualcosa muoversi dentro, quel prato rinnova la sua promessa: essere casa.

Solo alla fine, quando si chiude il racconto e lo sguardo torna al campo, si può pronunciarne il nome.

Perché non è solo uno stadio.
È più di un secolo di vita trinese.
È il luogo dove una città ha messo cuore, voce, memoria.

È lo Stadio Roberto Picco.

Nelle immagini, alcuni cambiamenti nel corso del tempo.
1. Il campo sportivo subito dopo la sua costruzione.
2. Cartolina raffigurante lo stadio nel 2002.
3. Il Picco nel 2025.