1973-74: l’inverno dell’Austerity
Quella domenica mattina di metà febbraio Trino sembra più silenziosa del solito; una nebbia bassa avvolge le case. Per le strade non passa una macchina, non si sente un motore accendersi dentro un cortile, nessuno suona il clacson per chiamare l’amico. Le automobili devono restare ferme e il paese, abituato da decenni a svegliarsi lentamente insieme ai rumori del giorno di festa, sembra essersi ritrovato all’improvviso in un tempo diverso. Nel silenzio arrivano invece nitide le campane, più forti proprio perché intorno non c’è quasi niente che possa coprirle; i rintocchi attraversano le vie, si allargano sopra i tetti e si perdono nella pianura. Ogni tanto passa una bicicletta, si sente il fruscio delle ruote sull’asfalto umido, un campanello, qualche voce uscire dai bar. Poi di nuovo le campane.
Alla stazione Giovanni Cerati, l’allenatore dell’A.C. Trino, è già arrivato. Aspetta vicino all’ingresso, guarda l’orologio e ogni tanto sposta lo sguardo verso la piazza. I giocatori cominciano a comparire alla spicciolata: qualcuno a piedi con il borsone in mano, qualcuno pedalando con la sacca sistemata sul portapacchi, qualcuno arriva da una via laterale ancora con il bavero del cappotto alzato. Si salutano, si contano quasi senza farlo apposta, come succede alle squadre prima di una trasferta. In qualsiasi altra stagione sarebbero saliti sulle automobili o sul mezzo della società e sarebbero partiti tutti insieme; quella domenica, 17 febbraio 1974, per andare a giocare a Moncalieri bisogna invece prendere il treno.
Dentro la stazione il capostazione li conosce quasi tutti: Piero Borsetti, il portiere, Giuseppe Celoria, e poi Paolo Tricerri, Alberto Arnaudi… Una squadra di calcio con le borse sulle spalle, in una domenica senza automobili, non passa certo inosservata. Volano due parole in dialetto, una battuta sulla partita: «Vensuma ‘ncho, ‘m racumand». Giovanni controlla ancora una volta che ci siano tutti mentre allo sportello si fanno i biglietti. Torino, andata e ritorno. Per Moncalieri ci si penserà dopo.
Sul tabellone degli orari c’è il Diretto 2204. Una “littorina” che arriva da Casale Monferrato alle undici in punto e porta a Torino Porta Susa in cinquantotto minuti: Crescentino alle 11.15, Chivasso alle 11.32, Torino alle 11.58. Numeri stampati dentro una colonna dell’orario ferroviario, pensati per viaggiatori, studenti e lavoratori, che quella mattina diventano invece parte dell’organizzazione di una partita di Prima Categoria.
Poco prima delle undici il 2204 entra in stazione e per qualche istante rompe il silenzio della domenica. È uno di quei convogli delle linee secondarie che appartengono ormai al paesaggio, conosciuti da chi va a scuola, da chi lavora a Torino, da chi prende il treno sempre alla stessa ora e finisce per riconoscere anche molti dei volti abituali. I giocatori salgono, sistemano le borse come possono e cercano di stare vicini; Giovanni Cerati entra per ultimo, dopo essersi assicurato che nessuno sia rimasto sul marciapiede. Poi il treno riparte e Trino comincia ad allontanarsi dietro i vetri.
Dentro si fuma. Nel 1974 nessuno ci trova qualcosa di particolare e presto all’odore dei cappotti e dei sedili si mescola quello delle sigarette. Le battute cominciano quasi subito, qualcuno apre il giornale, qualcuno parla della formazione, qualcuno prende in giro un compagno. Fuori scorrono la pianura invernale, le risaie spoglie, le cascine, gli alberi senza foglie; dentro c’è una squadra che sta facendo una cosa assolutamente normale, andare a giocare una partita, con un mezzo che da tempo non era più quello abituale delle trasferte.
A Crescentino salgono altri viaggiatori. Due ragazze entrano nella carrozza e prima ancora di trovare posto si accorgono di loro: le borse ammassate, le tute, quel gruppo troppo numeroso per essere una normale compagnia domenicale. Restano per un momento vicino alla porta.
«Siete una squadra?»
Qualcuno risponde quasi con naturalezza. «Il Trino.»
Le ragazze si siedono poco più in là e ogni tanto tornano a guardare verso di loro, incuriosite dalle battute e dal modo in cui tutti sembrano sapere esattamente dove devono andare. Il treno riparte e per qualche chilometro quella domenica dell’austerity è tutta lì: una squadra di calcio, due ragazze incontrate per caso, il fumo che sale verso il soffitto e la pianura che scorre dietro il vetro.
Alle 11.32 il Diretto 2204 arriva a Chivasso. Poi la campagna comincia lentamente a cedere il posto alla periferia, Torino si avvicina e alle 11.58 il convoglio entra a Porta Susa.
Qualche ora più tardi ci sarà una partita.
Ma questa storia non comincia dal risultato.
Comincia da una domenica mattina senza automobili, dal suono delle campane sopra Trino e da una squadra che, per andare a giocare a calcio, deve presentarsi alla stazione prima delle undici.
È il 17 febbraio 1974 e l’Italia vive da più di due mesi dentro l’austerity.
Per capire come una squadra di Prima Categoria sia finita su quel treno bisogna tornare indietro di quasi tre mesi, a un novembre in cui l’Italia scoprì improvvisamente che anche la domenica poteva essere regolata da un decreto.
La crisi petrolifera aveva fatto entrare nel linguaggio quotidiano parole che fino a poco prima sembravano appartenere soltanto alla politica internazionale: petrolio, approvvigionamenti, risparmio energetico. Poi quelle parole arrivarono nelle case, nei bar, nei distributori e infine sulle strade. Il Governo decise che nei giorni festivi le automobili private avrebbero dovuto restare ferme e, quasi da un giorno all’altro, una consuetudine diventata naturale nel corso del dopoguerra — prendere la macchina e andare dove si voleva — smise di esserlo.
Il calcio dilettantistico dovette adeguarsi in fretta. Il 24 novembre il Comitato Federale diffuse un comunicato che, dietro il linguaggio asciutto della burocrazia sportiva, cambiava l’organizzazione delle settimane di centinaia di società piemontesi: le partite previste per domenica 2 dicembre venivano anticipate al sabato, mentre quelle dell’8 dicembre, che quell’anno cadeva anch’esso in un giorno festivo, sarebbero state rinviate. Ma in fondo al documento compariva una possibilità che oggi sembra quasi scritta apposta per questa storia: le società con il campo in Comuni serviti dalla ferrovia o dai mezzi pubblici potevano, previo accordo, continuare a giocare la domenica.
Era una deroga, niente di più. Eppure dentro quella riga c’era un intero modo di intendere il calcio di provincia: se le automobili non potevano muoversi, si sarebbe trovato un altro modo. Il pallone, prima di arrivare al campo, sarebbe passato dalla stazione.
Per qualche settimana il sabato prese così il posto della domenica. Il 1° dicembre il Trino andò a Nizza Monferrato, il 15 a Pontestura, il 22 tornò a giocare in casa contro il San Carlo. Cambiava il giorno, cambiavano gli orari, cambiavano le abitudini di chi lavorava il sabato e di chi, da sempre, aveva costruito la propria domenica attorno al pranzo e alla partita. Il calcio continuava, ma sembrava essersi spostato leggermente di lato, come se anche lui stesse cercando un posto dentro quella nuova Italia.
Poi arrivò l’inverno, e alle difficoltà imposte dall’austerity se ne aggiunsero altre che nessun decreto avrebbe potuto governare. Tra gennaio e i primi giorni di marzo il calendario del girone D perse ogni regolarità: il Trino giocò il 5 gennaio, poi dovette aspettare fino al 27; tornò in campo il 10 febbraio, quindi il 17, e dopo Moncalieri trascorsero altre due settimane prima della gara del 3 marzo. Le date, messe una accanto all’altra, dicono quasi tutto da sole.
Freddo, neve, terreni difficili, rinvii e recuperi si accumulavano. Sulle pagine sportive anche il linguaggio cambiava: l’11 febbraio La Stampa titolava semplicemente «Tornei dilettanti ancora recuperi», come se ormai quel campionato non procedesse più per giornate ma per occasioni, ogni domenica subordinata al tempo, ai campi e alla possibilità stessa di raggiungerli.
Era un inverno nel quale tutto sembrava rallentare. Le automobili ferme nei giorni festivi restituivano alle strade un silenzio che gli italiani avevano quasi dimenticato, mentre nei paesi tornavano protagonisti la bicicletta, il treno, i piedi. Anche i giornali davano la misura di quella stagione: accanto alla politica e alle notizie internazionali comparivano quotidianamente benzina, consumi, rincari, riserve, accuse ai distributori. Alla vigilia di Moncalieri, il 16 febbraio, nella stessa pagina in cui si parlava delle difficoltà degli approvvigionamenti compariva la denuncia sulla benzina super venduta mescolata con la normale; poco più sotto, le previsioni annunciavano cielo molto nuvoloso, precipitazioni e una temperatura di otto gradi a Torino nelle ore centrali.
Eppure l’Italia non si era fermata. Aveva semplicemente imparato a muoversi diversamente.
Lo si capisce forse meglio da una pagina di giornale di fine febbraio che da molte analisi successive. Il Carnevale piemontese si svolge ugualmente e La Stampa sceglie un titolo quasi perfetto: «Senza le auto, ma con allegria». Le macchine restano ferme, ma le piazze si riempiono lo stesso; i carri sfilano, la gente esce di casa, i paesi non rinunciano ai propri riti.
Il calcio appartiene allo stesso mondo. Non è indispensabile, naturalmente, ma proprio per questo dice molto di chi continua a praticarlo. Si può rinunciare all’automobile, si può spostare una partita al sabato, si può aspettare che la neve lasci libero un campo, ma quando arriva il momento di giocare si cerca comunque una strada.
Ed è così che si torna a domenica 17 febbraio, a quel viaggio fino a Moncalieri, a quella partita. Il risultato sarà 2-2, una riga fra tante nelle colonne dedicate ai dilettanti del lunedì. Ma il risultato, ormai, conta relativamente. Conta di più pensare al ritorno.
La gara finisce quando la luce del pomeriggio ha già cominciato ad accorciarsi. Si riprendono le borse, si lascia il campo e si torna verso la ferrovia. Non sappiamo quale convoglio abbia riportato a casa Giovanni Cerati e i suoi giocatori, né a che ora siano scesi sul marciapiede della stazione di Trino; sappiamo però quale paese devono avere ritrovato: ancora senza traffico, con le automobili ferme fino alla fine della giornata festiva, le vie illuminate e quel silenzio che al mattino aveva lasciato spazio soltanto alle campane.
Forse qualcuno avrà ripensato al gol segnato, a quello subito, a un’occasione mancata. Qualcun altro avrà avuto soltanto voglia di cenare e andare a dormire. Per loro non era ancora una pagina di storia: era semplicemente una domenica di campionato.
Pochi giorni dopo, il 21 febbraio, un nuovo comunicato federale annunciò che dal 10 marzo le gare sarebbero tornate stabilmente alla domenica. Tre righe amministrative chiudevano così quella parentesi nella quale anche il calendario del calcio aveva dovuto piegarsi alla crisi energetica. L’austerity non era ancora scomparsa dalla vita degli italiani, ma lentamente le abitudini cominciavano a cambiare di nuovo.
Di quel campionato restano fotografie, nomi, classifiche, risultati. Restano Giovanni Cerati, Piero Borsetti, Giuseppe Celoria, Paolo Tricerri, Alberto Arnaudi e gli altri uomini di quella squadra. Ma a distanza di più di mezzo secolo rimane soprattutto l’immagine di una domenica diversa dalle altre: un paese immerso nella nebbia, le campane che si sentono più del solito, qualche bicicletta per strada e una squadra che si ritrova alla stazione perché per andare a giocare non c’è altro da fare che aspettare il treno delle undici.
Il calcio di paese, in fondo, è stato spesso anche questo: trovare il modo di esserci.
Quell’inverno, per qualche domenica, la strada verso il campo correva su due binari.
Ivo Comazzi
Photo Credits: Giuseppe Vanni, “Notizie di calcio trinese (1898-1999)”.