Gino Baroglio, il portiere goleador

Quando un portiere attraversa tutto il campo, non lo fa mai in fretta.

Il pubblico lo segue con lo sguardo, i compagni con un mezzo sorriso, l’arbitro con una breve esitazione. Negli anni Cinquanta non è una scena consueta: il numero uno dovrebbe restare lì, a ridosso dei pali, a custodire. E invece Gino Baroglio avanza verso il dischetto e nessuno, a Trino, sembra davvero sorpreso.

Baroglio arriva in città nell’estate del 1947, dal Crescentino. La Trinese gioca in Serie C. È uno sport ancora ordinato, fatto di ruoli e gerarchie precise. Poi, come spesso accade in quel decennio, il sistema cambia forma: ristrutturazioni dei campionati, nuove categorie, equilibri inediti. La squadra finisce nel torneo di Promozione. Molti se ne vanno, qualcuno passa oltre. Baroglio resta.

Resta nel 1948-49, resta nel 1949-50 e ancora nel 1950-51. Cambiano gli avversari e i campi, ma non la porta che difende. La sua è una presenza che va oltre il ruolo: una figura che attraversa le stagioni mentre il mondo di provincia si riorganizza e si adatta. Poi, nell’autunno del 1951, se ne va. Senza rumore, come fanno i portieri.

Ma la storia non finisce lì, perché Baroglio torna. Altre due stagioni, dal 1952 al 1954, in Prima Divisione Regionale. Quando la Trinese ha bisogno di certezze, Tarcisio “Cisu” Tavano richiama chi conosce il mestiere e il peso delle domeniche. È in questo secondo atto che succede qualcosa destinato a rimanere.

Il 22 febbraio 1953, contro il Popolo, la partita è bloccata. La Trinese ottiene un calcio di rigore nel momento esatto in cui il pomeriggio può girare. Dal fondo del campo sbuca Baroglio. Calcia, segna e torna indietro come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Succede di nuovo pochi mesi dopo, il 18 ottobre 1953, alla seconda giornata. Trino-Asigliano finisce 6-1. È una partita larga, dal risultato presto indirizzato, ma sul dischetto si presenta ancora lui. Segna di nuovo. A fine stagione, la Trinese vincerà il campionato.

Due rigori, due gol. Non per emergenza o per folklore, ma per pura fiducia.

In quegli anni il portiere non è chiamato a esibirsi. Deve tacere, stare, rimediare. Eppure esiste una stirpe rara che ogni tanto esce dall’area per assumersi un’altra responsabilità. Lucidio Sentimenti, il celebre Sentimenti IV, lo fece tre volte in carriera, molto prima che il calcio imparasse a pronunciare nomi come Chilavert o Rogério Ceni.

Baroglio non cercava il primato o l’eccezione. Semplicemente, quando serviva, prendeva il pallone e andava. Forse è questo che resta di lui: l’idea che in un’epoca di nomi e categorie mutabili, ci fosse qualcuno disposto a prendersi il carico di un gesto che non gli spettava.

E che a Trino, quando il portiere partiva verso l’area avversaria, nessuno sentisse il bisogno di domandarsi il perché.

Ivo Comazzi