I cento anni di un ragazzo
29 maggio 1960. Trinese – Inveruno.
Lo spogliatoio è pieno di voci e di attese. Lui è lì, al solito posto. La maglia numero undici già indossata, le scarpe bullonate allacciate. I gesti sono gli stessi di sempre: precisi, misurati, quasi rituali. Sistema i calzettoni, poi si alza e va allo specchio: una passata concentrata, con la cura di chi non è mai sceso in campo spettinato. Intorno, i compagni più giovani parlano, ridono, si muovono: in quei volti si rivede, come se il tempo avesse deciso di concedergli un regalo, proprio in quel momento.
28 ottobre 1945. Stesso posto. Altro tempo. Trinese – Soresina.
La stanza è fredda, sa di umido, di persone, di un tempo appena chiuso. Ha vent’anni e si prepara alla sua prima partita. Intorno a lui ci sono uomini d’esperienza, giocatori che hanno già visto campi importanti: guarda con ammirazione Mario Celoria, che ha vinto la Coppa Italia con la Fiorentina. Qualcuno scherza, qualcuno osserva in silenzio. Piero Castello gli si avvicina. Anche lui ha conosciuto la Serie A, con Casale e Triestina. Ha smesso da poco. Adesso è l’allenatore. Non fa discorsi. In dialetto, piano, gli dice una cosa sola:
«Serön, fa’ lonc a te bon fa’».
Finirà 7-0. Segnerà due volte.
Alcune persone non hanno bisogno di titoli altisonanti per restare nella memoria collettiva. Vivono nei ricordi, passano di voce in voce, illuminano immagini che non sbiadiscono. Roberto Serone appartiene a questa categoria rara: per molti, il miglior calciatore mai nato a Trino. Un ragazzo che il destino ha portato più volte a sfiorare il mito del Grande Torino, come se la Storia — quella autentica, imprevedibile — gli avesse fatto un cenno, l’avesse allontanato per un istante e poi richiamato a sé. E nel 2025, a cent’anni dalla sua nascita, la sua figura continua a brillare con una luce discreta ma tenace, quella di chi ha attraversato epoche diverse lasciando tracce che vale ancora la pena seguire.
Immaginate il calcio del dopoguerra: stadi ancora feriti dal conflitto, ambienti di fortuna, trasferte affrontate su camion riscaldati da una stufa, con qualche sacco di riso da vendere lungo la strada per pagarsi il viaggio.
Dentro quell’Italia lì, un’ala sinistra veloce e potente realizza ventotto gol in ventidue partite nel campionato di Serie C 1945-46. Ventisette…, ventotto…, più di uno a domenica. Ogni rete un boato, ogni boato un frammento di futuro. La Trinese chiude seconda dietro la Stradellina, ma con il miglior attacco del torneo — cinquantanove reti — e dentro quel bottino c’è soprattutto lui. Serone non viene da una grande città, non esce da un settore giovanile prestigioso: viene da Trino, e la Trinese è la sua casa.
Ma il talento non conosce confini, e così il Torino lo sceglie. Entra nell’accademia del club che sta costruendo la squadra più forte del mondo, quel Torino che in pochi anni diventerà leggenda. Allenamenti serrati, disciplina ferrea, la maglia che pesa sulle spalle e allo stesso tempo insegna e responsabilizza: la porta con l’orgoglio di chi sa cosa rappresenta.
Nei granata ci sono uomini importanti davanti a lui, nomi come Ossola, Mazzola, Gabetto. Figure da cui imparare ogni giorno. Roberto parte per la provincia a farsi le ossa, e non delude: tra Pro Vercelli e Perugia mette insieme più di cinquanta gol in tre stagioni. Ala atipica per l’epoca, unisce elevazione da centravanti, tecnica da rifinitore, fisico da atleta moderno e un tiro potente che cattura l’attenzione di tutti. Nell’estate del 1949 il Toro lo richiama: il suo primo ritorno, e il cerchio sembra pronto a chiudersi.
Il Torino del 1949 non è un Torino qualunque. La città e la squadra vivono ancora nel silenzio dopo Superga. Pochi mesi sono passati dalla tragedia che ha portato via gli Invincibili. Chi difende quei colori ha ricevuto un’eredità che non ammette errori. Entrare nello spogliatoio del Filadelfia significa adesso camminare dentro una memoria viva, un rispetto sacro che non ha bisogno di parole. Serone lo fa con discrezione e coraggio, sapendo che ogni oggetto, ogni ombra, ogni odore di canfora e cuoio, ogni sussurro di quelle pareti hanno assistito a momenti che nessun altro potrà mai vedere.
Ma il destino cambia direzione. Dicembre 1949: Serone parte per la Francia. Lo vuole il Nizza, e non solo la società. I tifosi, racconta Nice-Matin, si tassano spontaneamente per contribuire all’ingaggio di “un italiano del Torino”. Raccolgono trecentomila franchi. Pochi per i numeri di oggi, ma un piccolo tesoro per allora. È un gesto d’altri tempi, poetico nella sua semplicità, destinato a restare. E quel giornale, molti anni più tardi, lo inserirà anche nella lista dei 50 giocatori più importanti della storia dell’OGC Nice, un riconoscimento sorprendente per chi, a prima vista, dovrebbe essere solo una parentesi straniera.
Serone arriva sulla Costa Azzurra, in una regione dove il calcio già parla più lingue, respira un’aria internazionale, un’anticipazione di ciò che di lì a poco, da Monte Carlo a Cannes, diventerà la normalità. Cammina tra marine luminose, café all’aperto e boulevard baciati dal sole, nello stesso scenario che Alfred Hitchcock trasformerà in set per “Caccia al ladro”, e lo abiterà con Cary Grant e Grace Kelly. Sono quei raggi cristallini, quella bellezza elegante, quella leggerezza sospesa tra azione e fascino che Serone incontra nei suoi mesi francesi: un calcio e una vita intrisi di stile, di storie silenziose e di promesse non dette, che sembrano già uscite da un film.
E in quei mesi qualcuno, dall’Italia, lo guarda con attenzione. È Vittorio Pozzo. Il timoniere dei due Mondiali, allenatore, giornalista, maestro di calcio. La firma che al tempo rappresenta un giudizio più forte di qualsiasi voto in pagella. Nel suo articolo del 6 gennaio 1950 su La Stampa, Pozzo racconta Serone con la sua prosa precisa e pulita: «Roberto Serone è nato a Trino Vercellese nel 1925», scrive. Ricorda che «esordì nella Pro Vercelli» e che «apparteneva ultimamente alle riserve del Torino».
Descrive una partita amichevole a Melun, dove Serone e il triestino Trevisan vengono provati dal Nizza; e dove Serone viene trattenuto, messo sotto contratto e mandato subito in campo nel suo primo incontro ufficiale a Nancy, terminato in parità. Pozzo invita i lettori a seguirne con interesse il cammino in Francia e ricorda che, nel dopoguerra, già altri trinesi erano stati al Nizza ed esprime la speranza che Serone possa avere miglior fortuna dei suoi predecessori. È un giudizio autorevole. Di quelli che non hanno bisogno di replica.
Al Nizza segna una rete, gioca sette partite e improvvisamente si ritrova sui giornali: applausi, nomi in grassetto, qualche occhiolino dei cronisti. La stagione 1950-51 ha il suo piccolo scherzo: una sola apparizione nel girone d’andata, ma… campione di Francia lo stesso. Perché nelle squadre che vincono, vincono tutti, anche chi ha camminato solo un pezzo del sentiero.
E la vera magia è un’altra: la memoria di Serone in Costa Azzurra non si è spenta. Ancora oggi esiste un gruppo di tifosi che vuole restare parte del club attraverso un azionariato popolare: si chiama “Collectif Roberto Serone” ed è la prova che certe imprese, anche brevi e fugaci, lasciano tracce che resistono al tempo.
Dicembre 1950. Serone torna in Italia. Dopo essere stato a lungo in bilico con il Casale, lo prende il Pavia e in mezza stagione diventa il miglior marcatore con quattordici gol. È il preludio alla chiamata del Cagliari, la Sardegna che diventerà l’isola di Gigi Riva ma che allora era una terra ancora da scoprire, un laboratorio di calcio lontano dal continente. E proprio come Riva, Serone porta sulla schiena il numero 11.
Lì, tra gente fiera, porti assolati, strade silenziose che sanno di sale e campi di calcio battuti dal vento, Serone entra in un club rivolto al futuro. Il presidente Domenico Loi e l’allenatore Federico Allasio hanno costruito tutto con pazienza maniacale: giocatori provenienti da tornei minori e piccoli talenti selezionati con cura – da Dini a Soldani, da Bolognesi a Golin – formano una squadra che sembra cucita su misura per scalare la Serie B. Ogni allenamento è una lezione, ogni partita un tassello del grande puzzle della promozione. Roberto si muove con dedizione e occhi attenti, pronto a dare il suo contributo. E in mezzo a tifosi curiosi, giornalisti entusiasti e un clima di fermento, vive un calcio diverso: autentico, intenso, fatto di sudore, orgoglio e piccole imprese che lasciano il segno. Ogni partita è un’avventura, ogni vittoria un piccolo trionfo condiviso. E mentre la squadra conquista il campionato, Serone sa di aver messo il suo nome su una storia che, nella memoria dei sardi, non svanirà facilmente.
C’è una data che dice tutto della sua crescita: 8 novembre 1951.
Cagliari – Nazionale Giovanile, i Cadetti. Un’amichevole vetrina per i migliori talenti italiani. È Serone ad aprire le marcature: un gol secco, pulito, che sorprende il portiere Ottavio Bugatti e tutti gli Azzurrini. Finirà 1-1, ma quella rete rimane.
Poi arriva il 7 luglio la partita decisiva contro il Piacenza, una gara che vale la promozione. Il Cagliari soffre, va sotto, pareggia. E nel finale — quando il tempo sembra scivolare via — Serone inventa la giocata decisiva: un passaggio calibrato, una fiondata in area per Bercarich, che di testa segna il gol dell’apoteosi. Al fischio finale la gente invade il campo, solleva i giocatori, li porta quasi in processione. Nel cuore della festa c’è anche lui.
Dieci gol, l’arrivo in Serie B, il nome di Serone che torna a circolare. E così il Torino lo richiama di nuovo. Secondo ritorno. Questa volta è per davvero. Il 7 dicembre 1952, contro la Triestina, a 27 anni, Roberto esordisce in Serie A, e il Corriere della sera lo registra nelle sue statistiche. È un Toro che deve lottare, che gioca con “tenace volontà”.
In una fredda giornata di gennaio al Filadelfia, contro il Bologna, con il campo ghiacciato e i granata che indossano la leggendaria casacca del River Plate, Serone è protagonista. La cronaca riporta che ha sul suo piede le migliori occasioni della ripresa, in una partita combattuta “a denti stretti”. Qualche settimana dopo, a Bergamo, contro l’Atalanta, dal dischetto non sbaglia, firmando la rete che “consolida la vittoria del Torino”; a maggio, contro il Como, all’undicesimo del primo tempo, è lui a toccare in modo decisivo una girata al volo di Giovetti, sbloccando la partita.
Sono lampi, soffioni di luce, ma bastano a restare impressi. Il rapporto con l’allenatore non è sempre semplice, eppure Serone chiude la stagione con quattordici presenze e tre gol, tutti concentrati in quel finale di campionato: un crescendo, un’accelerazione. Non abbastanza per restare, ma abbastanza per farsi ricordare.
Si trasferisce ad Alessandria, in Serie B, qui trova la sua dimensione. Provincia nobile, pubblico caldo, calcio serio. Questa volta si ferma non una ma tre stagioni.
Il 15 marzo 1954, contro il Pavia, la sua ex squadra, il campo è un pantano. La pioggia ha reso tutto molle, pesante. Serone prima trasforma con freddezza un rigore assegnato per un fallo su Campagnoli; poi, al 31’ della ripresa, completa la rimonta con un gol personale. È la fotografia perfetta del suo calcio: essenziale, concreto, decisivo quando serve.
Quindi la Novese. Infine, nel 1957, il rientro alla Trinese, a casa.
Nella Trino vivace e operosa della fine degli anni Cinquanta, con le fabbriche in fermento, le vetrine illuminate e i bar pieni di fumo e voci, Serone continua a giocare — 69 partite, 27 gol, una promozione in Serie D — e apre la sua tabaccheria sotto i portici dell’affollato corso Italia. Diventa un volto familiare: un uomo che ha visto il mondo, ma non ha mai tradito la propria natura semplice, sincera.
Nel 1987, in un’intervista a La Stampa, sintetizza tutto con una frase bellissima, leggera e definitiva:
«Si giocava con passione ed entusiasmo, un pionierismo generoso senza tanta puzza al naso».
È così. È andata così.
Roberto Serone resta un’ala sinistra elegante e potente, un calciatore che ha attraversato campionati, Paesi, città, epoche e stili diversi. Ha realizzato 164 reti, ha vinto dove sembrava impossibile, ha portato il nome di Trino in giro per l’Italia e per l’Europa, senza mai dimenticare da dove veniva.
Raccontarlo oggi, a cent’anni dalla sua nascita, non è solo un esercizio di memoria: è restituire dignità a quelle carriere vissute tra talento, sacrificio e destino. È ricordare che il calcio non appartiene solo ai campioni degli albi d’oro, ma anche agli uomini come lui, che attraversano il proprio tempo con un fuoco gentile, destinato a durare.